Interferenze

“Walk in the mashup side!"

Invito a condividere Primavera-Estate 2017 – Differenze&Interferenze

Diversity: gli anni dell’omologazionediversity-and-inclusion_55befcc8d15b2_w1500

Se la volta scorsa ci si interrogava quanto fosse lecito per originalità o comodità negare dei presunti dati di realtà, in questa stagione delle nostre monografie seguiamo quello che è apparentemente un percorso inverso.

Dalla televisione ai locali, dalle aziende alle chiese la parola d’ordine di questi tempi sembra essere “diversity”. Nessuna tolleranza! O professi la diversity o verrai considerato un “diverso” (e non c’è niente di peggio in questi anni che non essere omologato).

Già, perché se, ad esempio, in azienda provi a dire che il rispetto della diversità esula dai più banali stereotipi su genere, colore della pelle, handicap, provenienza geografica… sarai subito ripreso. Diversity sono queste cose qua e non certo formazione culturale, forma mentis, metodo di lavoro, approccio cognitivo, gusti, modo di comunicare e così via. Queste situazioni non attengono alla diversity, ma alla deviance, che è ben altra cosa.

Tu non puoi esprimere opinioni di buon senso o non appartenenti ad alcuna corrente pena essere tacciato di populismo ignorante; non puoi curarti diversamente o rifiutare la vaccinazione, pena essere un malfattore della salute. Come Socrate, chi pensa diversamente corrompe i giovani ateniesi o europei che dir si voglia.

Citando il grande duo Gaber-Luporini,

“Non c’è niente che appiattisca l’individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti magia così bene dal di dentro. La libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà”

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Il sacrificio dell’anima e dello spirito del tempo

Per ritornare alla riflessione della stagione precedente, le bufale viaggiano, eccome, e non solo nel web; tuttavia il loro danno peggiore non consiste tanto nella falsità che diffondono, quanto nella regola che legittimano: quella della prova a tutti i costi (e come ben si sa alla fine non esiste nulla di veramente provante se non la decisione che ognuno di noi in base alla sua esperienza prende) e delle autorità significanti, non solo le terribili istituzioni, ma anche i giornali e ora i guru dell’anti-bufala.

Oggi nella salute la guerra è aperta contro le medicine alternative; piano piano si sta allargando alle psicoterapie e, quel che è peggio, all’aiuto all’altro che non si fondi su connotati patologici o giuridicamente assistenziali.

Come per le quote rosa, presto arriverà una legge che riservi delle posizioni anche per chi è omosessuale; poi sarà il turno di chi è clandestino o chi professa religioni differenti…

Questo meccanismo si basa sul pregiudizio della moda, ovverosia sull’omologazione al sentire comune. L’individualità è peccato: è individualismo, vale a dire egoismo.

In quanto moda, il pensiero comune si basa sullo strapotere di uno stereotipato presente che non è il qui e ora. Questo non concede spazio allo sguardo diacronico, ovvero all’individuazione del tempo che si sta vivendo per differenza fra quello vissuto e quello progettato. È assoluto come il potere di un Imperatore invisibile: la razionalità globale.

Ne consegue che anche l’Inattuale è un deviante e non certo un “diverso”. Agli altri, agli omologati è concesso di dislocarsi temporalmente in un passato o in un futuro, ma non quelli reali: la storia della nostalgia e la fantascienza dell’impotenza, quella del “l’aveva detto, lui”. L’inattuale è colui che non crede che quello di oggi sia un atto, un’azione libera e ragionata; né quella di tendenza, né quella prescritta.

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Diversity è tale solo se è Unfashionable e quindi alla fine non è, non esiste!

Interferire, strappare il velo della maya a colpi di non-pertinenza – ovvero di impertinenza – di untimely, intempestività è la via della guerriglia culturale, la sola che possiamo praticare.

Dobbiamo, infine, farlo ricordando che la diversità non deve travolgere le nostre appartenenze per adeguarci all’altro da noi, pena scegliere l’allienazione per dare potere a qualcuno che non scenderà mai a patti con la nostra memetica culturale:

“Di fronte alla cultura aliena d’Oriente, Wilhelm ha mostrato un certo grado di modestia molto insolito in un Europeo. Si avvicinò liberamente, senza pregiudizi, senza la presunzione di saperne di più; le ha aperto il suo cuore e la mente. Si è lasciato afferrare e plasmare da essa, così che al suo ritorno in Europa ci ha portato, non solo nel suo spirito, ma in tutto il suo essere, una vera immagine d’Oriente.
Questa profonda trasformazione non è stato certamente vinta senza grandi sacrifici, in quanto le nostre premesse storiche sono del tutti differenti. Le sottigliezze razionali dell’occidente e la natura impervia delle sue problematiche ha dovuto venire ammorbidita per potersi avvicinare alla natura più universale e uniforme dell’Oriente; Il razionalismo e la differenziazione unilaterale dell’Occidente ha dovuto cedere alla semplicità e all’ampiezza di vedute orientale. Per Wilhelm questo cambiamento significava, non solo uno spostamento del punto di vista intellettuale, ma anche una radicale riorganizzazione dei componenti della sua personalità. Il quadro dell’Oriente che senza secondi fini e ogni movente di parte ha saputo restituirci, non avrebbe mai potuto venire dipinto con tale perfezione se non fosse stato in grado di lasciare scivolare sullo sfondo l’europeo che era in lui. Se avesse permesso che Oriente e Occidente arrivassero a degli scontri duri ed inflessibili, di certo non avrebbe potuto compiere quella missione di trasmetterci un quadro reale della Cina. Il sacrificio dell’europeo è stato inevitabile e necessario per il compimento del compito che il destino gli aveva assegnato…” (C. G. Jung, Richard Wilhelm: In Memoriam)
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