Riflessioni  sul senso della pratica marziale nell’epoca attuale

Arti marziali, sport da combattimento e corsi di autodifesa, sono espressioni che richiamano un caleidoscopio di immagini e suggestioni: gestualtà esotiche riconducibili ad antichi saperi, culto del corpo in funzione del confronto fisico, mito dell’invincibilità e dell’efficacia a poco prezzo, trucchi ed euristiche psicomotorie per sentirsi sicuri in aree urbane fuori controllo.

Quanto tempo è passato da quando, agli inizi dello scorso secolo, i primi occidentali (in genere marinai, viaggiatori, diplomatici) iniziarono ad importare nel vecchio  continente, esperienze, osservazioni, testimonianze sulle discipline marziali asiatiche. Tutto appariva strano, misterioso, esotico, pregno di una efficacia basata sul fascino di una pericolosità quasi mistica, arcana. L’Occidente aveva abbandonato molto presto le sue tradizioni marziali affidandosi alle ben più temibili tecnologie armate. Mentre in Cina la polvere da sparo veniva usata per i fuochi d’artificio, in Europa si pensò di utilizzarla a scopi bellici.

In molti reparti militari, anche in Italia, vennero introdotte tecniche di quella che, genericamente, veniva chiamata “lotta giapponese”. Durante il ventennio fascista lo studioso e ricercatore Salvatore Mergè fece conoscere in Italia l’Aikido e lo Zen mentre un militare, ex pugile, Wladimiro Malatesti, fece conoscere il Judo e il Karate. Nel secondo dopoguerra nacquero le prime associazioni e federazioni. Era una fase ancora pionieristica, rudimentale ma piena di entusiasmo e motivazione. Dovettero passare ancora un po’ di anni, dai film di James Bond a quelli sul Kung Fu degli anni ’70 per vedere esplodere nell’immaginario collettivo la mania delle arti marziali con tutte le sue implicazioni, significati e derive.

Da quell’epoca le mode marziali si sono susseguite, sempre più rapidamente; la sete di novità e di maggior “efficacia”  ha declassato le discipline giapponesi, seguite dalle cinesi, thailandesi, indonesiane, per giungere alle contaminazioni, le sintesi, le ibridazioni. Meno Tradizione, meno formalismi, più pragmatismo e decostruzionismo postmoderno. La globalizzazione ha modificato anche il panorama marziale, molti paradigmi sono venuti meno,  il bisogno di realismo ha fatto giustizia di alcuni luoghi comuni.

Innanzitutto non è vero che in ambito marziale la cedevolezza ha sempre la meglio sulla forza, o che la forza sia quasi un ostacolo per cui se ne può fare a meno, e non è detto che un piccoletto, in quanto marzialista abbia sicuramente la meglio su un tizio grosso il doppio; per non parlare poi delle famigerate tecniche segrete, così letali da non potersi mai mostrare o da misteriose energie sottili in grado di produrre effetti stupefacenti…tranne in quei contesti in cui davvero potrebbero dimostrarsi utili. Molto di ciò lo si può ricondurre ad una sorta di “illusionismo marziale”, utile nelle dimostrazioni e mezzo subdolo per un proselitismo facile.

La situazione attuale si presenta molto variegata, esistono corsi e discipline che coprono pressoché ogni aspetto ed esigenza; per coloro che ancora amano un certo formalismo, un po’ di maniera, esistono corsi che adottano gradi, rituali e liturgie depositarie di una certa efficacia simbolica, senza per questo rinunciare ad applicazioni agonistiche regolamentate , tanto per non perdere l’appeal sulle giovani generazioni. Non mancano i corsi più orientati verso l’aspetto salutista/energetico/newagista, più vicini ad una ginnastica dolce che ad una disciplina marziale. Per i più aggressivi o motivati al confronto realistico, abbondano i corsi fondati su metodi militari o gli sport da combattimento estremo (MMA, Vale Tudo, etc.).

Qualcuno potrebbe domandarsi, visto lo scenario attuale, dove sia finita la autentica tradizione marziale o la sana marzialità delle origini. Ad una indagine più approfondita si evidenzia che la domanda è mal posta. L’idea stessa di Tradizione è un costrutto culturale comodo, un dispositivo simbolico che rimanda ad una mitica “età dell’oro” delle pratiche marziali, in cui si conosceva tutto, si realizzava l’impossibile e la Conoscenza Assoluta posseduta da maestri invincibili era quasi a portata di mano. Forse la realtà storica  è un po’ meno mitica e smantella l’immagine mistificatoria.

In tutte le epoche vi sono state fasi in cui la pratica marziale decadeva per poi rettificarsi sotto l’impulso di sperimentatori e praticanti illuminati. Ieri, come oggi, sono esistiti conservatori e innovatori, dissacratori e oltranzisti. La mancanza di contatti, la scarsa circolazione di certe conoscenze, l’isolazionismo di certe culture, hanno permesso per lungo tempo l’affermarsi di ideologie, preconcetti, veri e propri bias cognitivi che hanno in qualche modo contribuito a deformare e/o limitare la diffusione dei saperi delle tecniche del corpo.

Ogni arte marziale è un prodotto culturale, che risente del luogo dove si è originata e che è impregnata da una peculiare concezione del corpo, tipica di quella cultura. Per capire meglio le difficoltà di un occidentale quando incontra differenti concezioni del corpo occorre risalire alla vecchia dicotomia mente-corpo di cartesiana memoria. E’ dalle riflessioni di fenomenologi come Merleau-Ponty che si fa strada una diversa visione del corpo. Per lui,  Mente e Soma non sono più separati e non formano un’entità statica. Il corpo diventa processo, strumento di indagine e oggetto di indagine, in un processo circolare che si autoalimenta.

Tale concetto in ottica marziale è bene espresso dal maestro Kenji Tokitsu nel suo Jisei-Budo quando afferma “Io creo l’arte marziale che mi crea”.

La ricercatrice Nancy  Scheper Hughes parla di mindful body, un corpo pensante che sperimenta e attraverso la percezione, struttura e produce la Realtà. Con Thomas Csordas prende forma il concetto di incorporazione, ovvero la disposizione del corpo a farsi strutturare dal contesto sociale, oltre che la intrinseca capacità di produrre altre e diverse rappresentazioni del corpo e della Realtà.

Date queste premesse, rispetto agli anni ’70 del secolo scorso, la concezione e il senso della pratica marziale, almeno in certe aree e in certi contesti, è andata certamente a modificarsi. La stessa figura del “maestro” si è rimodulata su premesse differenti; un tempo era più comune essere istruiti da cinture nere, o comunque docenti graduati, competenti solo a picchiare ma privi di cultura e competenza didattica, schiavi di un narcisismo fine a sé stesso e incapaci di dare un orizzonte di senso ad una pratica che fatalmente, invecchiando,  diventa incapacitante.

Ovviamente anche oggi, tra allenatori, maestri e istruttori, non mancano i pessimi esempi; bieche figure di frustrati, manipolatori e sociopatici. Persone fallite nella vita sociale e affettiva, che trovano nell’alveo di una palestra il luogo idoneo per il loro riscatto, approfittando della buona fede di allievi devoti quanto ingenui.

Proseguendo la problematizzazione circa il senso che può avere oggigiorno la pratica marziale, ciò che emerge è l’importanza dell’uomo, non della disciplina praticata. E’ inutile perdersi in bizantinismi circa l’efficacia o la potenza di questa o quell’arte marziale. Sono tutte valide, quando è valido l’insegnante che la trasmette e il praticante che la apprende e la sviluppa. Occorre poi capire quali risorse il praticante vuole mettere in campo. Quanto tempo dispone? Quanta fatica e quanto dolore intende impegnare?

E’ un luogo comune ritenere che la pratica marziale faccia bene alla salute. Spesso non è così. Certe forme di allenamento e condizionamento, induriscono e irrigidiscono il corpo in tempi relativamente brevi, conferendo un senso di forza e di efficacia scontati in un corpo giovane, ma con conseguenze devastanti per la salute in età più matura. Occorre saper dosare la pratica fisica e amalgamarla con tecniche mentali e psicosomatiche adeguate oltre che con una alimentazione mirata.

Lo sforzo fisico deve essere calibrato e la componente emotiva deve essere sempre considerata e monitorata. Un allenamento sano ed equilibrato deve produrre endorfine e dare al praticante un senso di piacere e compiutezza interiore, come nella peak experience di maslowiana memoria. Con questo non si vuol dire che un marzialista debba trasformarsi in un mistico visionario o in un figlio dei fiori.  Per coloro che per spiccato interesse o per necessità professionale devono addestrarsi ad affrontare situazioni di pericolo estremo è indispensabile condizionare e coltivare con esercizi opportuni anche quel Mr. Hyde che tutti possediamo dalla nascita, quel cervello rettile che nello scontro per sopravvivenza è l’unico vero alleato degno di fiducia.

E che dire riguardo al mito del vecchio maestro ancora abile a controllare praticanti più giovani e forti? Nella maggioranza dei casi si può trattare ancora di mistificazione o ciò che Levi- Strauss chiamava efficacia simbolica. Molti marzialisti veterani, nei loro racconti, riportano episodi e testimonianze di questo “placebo marziale”. E’ evidente che un corpo allenato con durezza e poca lungimiranza porta ad un logoramento. Tale fenomeno di usura può estendersi anche a livello di sistema nervoso centrale, soprattutto per le violente sollecitazioni provocate da urti e percosse.

Sono ancora pochi i maestri e i ricercatori che hanno sperimentato ed esplorato una pratica corporea intelligente in grado di coniugare salute fisiopsichica ed efficacia sul campo, tra i casi eclatanti ed esemplari si possono ricordare figure come Harumitsu Hida, Wang Xiang Zhai, Shigeru Egami, Moshe Feldenkrais per arrivare a esempi più vicini alla contemporaneità come Henry Pleè, Kenji Tokitsu, Scott Sonnon e Alexey Kadochnikov.

Rispetto allo scorso secolo si sono sviluppate e diffuse, ricerche che hanno coinvolto progressivamente studiosi di varie discipline, psicologi, medici, sociologi ed antropologi, al fine di analizzare e selezionare le migliori metodiche di addestramento, scartando quanto è emerso di deleterio o superfluo. Molto è stato fatto ma moltissimo resta ancora da fare. E’ necessario che certe nozioni e certe competenze non restino relegate solo all’interno di certi circuiti ma siano maggiormente diffuse e comprese.

A tal proposito, la rivoluzione informatica avrebbe dovuto contribuire ad una diffusione più capillare del messaggio educativo e pedagogico delle pratiche marziali e degli sport da combattimento, purtroppo, come per tutte le altre attività umane, il computer si è rivelato anche uno strumento per facilitare le attività cialtronesche indiscriminate di maestri da operetta e scimmiette da organetto.

La pervasività di un approccio più maturo e responsabile verso la pratica marziale potrebbe, almeno in un primo momento, mettere in crisi tutto un sistema consumistico, in cui la regola imperante resta guidata dal profitto; è speranza di chi scrive che possa trattarsi solo di una fase transitoria, un periodo di passaggio verso una società magari non perfetta ma sicuramente un po’ meno sofferente e disfunzionale di quella attuale.

By Oscar Maganza

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