Per chi se lo fosse dimenticato, spesso l’approccio alle attività dei colleghi giovani è come certi temi degli studenti creativi. Ci sono lunghi prologhi per lo più ovvi che non dicono niente più che ripetere l’argomento del titolo. A questo seguono periodi non ben collegati fra loro, slogan passati per assodati quando così non è che spesso sono fraintesi nella loro applicazione, ripetizioni e non solo di parole ma spesso degli stessi concetti… e in mezzo a questo disordine di saccenza non di rado difensiva, alcune buone idee che faticano ad emergere da un’impressione generale poco confortante. Quello che spesso manca in questi temi è la punteggiatura e, quando ci fosse, è spesso esagerata o usata a sproposito con la conseguenza che ne scaturisce uno sproloqui senza capo né coda.

Spesso il professore si sostituisce all’alunno nella competenza sul lavoro svolto, ma così facendo lo solleva dal farsi carico della bontà del risultato: tanto sarà buono quello che fa lui. E, analogamente, non sentirà mai il compito come una cosa propria, ma solo come una frustrante dimostrazione di incompetenza in una sfida giocata in trasferta.

La prima difficoltà del vecchio consiste nel non mettersi le mani fra i capelli inveendo nei confronti delle corbellerie che incontra. Cerca quello che il giovane potrebbe avere avuto intenzione di dire; quello che gli sembra intelligente o entusiasmante anche se ti appare ovvio e fai in modo di personalizzarlo.

Bene, hai scoperto che quando fa le bolle l’acqua è bollente. Una considerazione interessante. Come pensi che possa essere applicata nella tua vita? Ti viene in mente un modo in cui noi potremmo usare quest’informazione per fare meglio?

Poi viene il noioso lavoro delle punteggiature:

Questo pensiero si lega a quello di prima o a quello che segue? Scusa ma non comprendo bene quello che stavi dicendo. Puoi separare i pensieri in modo che possa digerirne uno alla volta, perché sono un po’ lento a elaborare troppe cose tutte insieme?

A questo punto si studiano le ripetizioni e gli impliciti illegittimi o slogan:

Capisco quello che vuoi dire in questo passaggio, anche se mi sembra che questa slide sia un po’ troppo densa; tuttavia, mi sfugge quale sia la differenza fra quello che affermi qui e quello che avevi detto qualche slide in precedenza e anche con quello che ho adocchiato arriverà in una di quelle conclusive. Magari se le differenze non sono troppe potremmo prendere solo i contributi distintivi per inserirli in una delle altre due, ti sembra? Poi, scusami, ma sono di un’altra generazione e queste parole inglesi le capisco poco [lo so che magari ci hai studiato sopra dei mesi, ma è meglio raccontare una bugia, tanto non avresti nulla da guadagnarci ad esserci passato anche tu senza vantare risultati]. Che cosa intendi per “Disruption”? Quindi vuoi dire che si tratta di un’interruzione di continuità nel modus operandi e nei processi di avanzamento difforme dalle consuetudini e che mette in discussione competenze e mercati dati per acquisiti e noti? Mi spieghi che questo è originato dalle trasformazioni tecnologiche? Mi fa ricordare una cosa che ai miei tempi un matematico che si chiamava René Thom aveva definito catastrofi strutturali o che un epistemologo come Kuhn chiamava sostituzione di paradigmi scientifici — sono terminologie obsolete ma mi aiutano. E, vedi, la storia è costellata di trasformazioni che hanno messo in discussione le prassi e le conoscenze acquisite. Addirittura c’era chi invitava gli scienziati, non tanto a dimostrare di avere ragione, ma prima ancora a indicare come la propria idea permetteva al resto del mondo di essere falsificata o sostituita. Questo si chiama cambiamento e non è meno importante, ma anche normale. Ora, l’introduzione di quel portale che cambia il modo di fare le cose, per te è un contributo al cambiamento o una catastrofe strutturale?

Infine arriva la questione dell’evidenziatura delle risorse e dello sprone a fare proprio tutto ciò lavorandoci di più:

Sai che sto imparando molte cose lavorando con te sulla tua relazione. Ti ringrazio per il contributo che mi stai offrendo e, non preoccuparti, non intendo affatto impadronirmene anche se tu sei così generoso a rendermici partecipe. In particolare trovo importante l’idea di cambiare il modo in cui si insegna e si fa formazione. Non più solo il rapporto diretto, ma neppure l’enfasi scorretta sull’e-learning. Va bene ora cambiare nome alla tua modalità di lavoro chiamandola “Digital Learning” ma nel frattempo vorrei che ti preoccupassi anche di come si potrebbe evitare che faccia la fine di altri esperimenti come la teledidattica, la FAD, l’e-learning, il blended learning… insomma, mi piacerebbe che la tua idea non si riducesse a una semplice “moda” ma trovasse una maggiore confluenza e accordo fra esperti da un lato e clienti dall’altro. Ed essendo che è proprio questo elemento che trovo renda originale, stimolante e talora geniale la tua idea, che cosa potresti fare per sviluppare meglio questa parte? Se ti venissero delle idee in proposito ti sarei davvero grato se potessi regalarmi ancora del tempo per permettermi di apprenderle. Ora però mi sembra sia ora di pranzo: io sento un certo languorino e se tieni un po’ in tiepido il lavoro a pancia piena si prosegue con più serenità.

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