Finale a bivio con conclusione A

Ma gli anni passavano ed era sempre più difficile sbarcare il lunario; invecchiando si era reso conto che il mondo se ne fregava altamente del Prof. Aperol Tarapassi: le realtà comuni e condivise mutavano così velocemente che non gli riusciva di starci dietro; si ostinò a portare avanti il suo pensiero stoicamente, ma altre fedi soppiantarono la sua e malgrado camaleontiche piroette e trasformismi adattativi, alla lunga anche quei pochi devoti (come li chiamava lui) si stufarono della solita pietanza condita con salse diverse e lo abbandonarono.

Snobbato da tutti, la scuola chiusa, senza entrate e con da parte solo debiti, visto il disprezzo che sempre aveva avuto per il futuro e la programmazione (“Posso morire domani stesso; voglio solo pensare all’oggi”.“ Meglio un uovo oggi…”), si rese conto della difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena.

Così con gli ultimi soldi presi in prestito decise di partire…

Si ritrovò su quella spiaggia dell’isola di Toba e rivide Hamaguchi, la pescatrice di perle che aveva interrogato trent’anni prima da scavezzacollo pieno di soldi. Invecchiata, continuava a fare sempre lo stesso mestiere con qualche immersione in meno.

Si fece coraggio e avvicinandosi le chiese, dimesso:

“Scusa… Mi insegni come si fa?”

 

Finale a bivio con conclusione B

E gli anni passarono tra battaglie perdute e vinte, altalenandosi tra nuove teorie rubacchiate, riadattate per l’occasione e fatte proprie e quelle vecchie del corso precedente con un livello di contraddizione tale che nelle re-unions  annuali tra i vari devoti (come li chiamava lui) dei corsi precedenti, spesso ci scappavano i parapiglia, non sempre solo verbali: in quelle occasioni Aperol Tarapassi trovava il modo di filarsela all’inglese, imboscandosi in bagno o nella caffetteria.

Il Tempo però il segno lo lasciò non solo sul corpo ma anche sulla mente: a furia di pensare contorcendo i neuroni, molti di essi si fusero progressivamente in maniera definitiva e poiché la dotazione, riserve comprese, non era infinita, ad un bel momento i conti non tornarono più.

Un bel giorno i vicini chiamarono i carabinieri perché da settimane non lo vedevano più uscire ma lo sentivano borbottare notte e giorno a voce alta.

Questi arrivarono con gli assistenti sociali e, forzando la porta, si trovarono di fronte un disgraziato sporco, forse vestito di nero, magro con la barba lunga che farneticava discutendo ad alta voce con un termosifone.

Lo impacchettarono e lo portarono in una struttura dove sopravvisse poco tempo. L’ultima immagine che gli parve di vedere tra i fumi della demenza prima di spegnersi definitivamente fu quella di un elfo di nome Inconscio che gli faceva marameo in un angolo della stanza…

Buone riflessioni a tutti!

Baci.

A.

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