Considerandosi sempre più maestro e precursore venne poi colto dal desiderio di avere degli allievi affinché il suo pensiero ed il suo metodo potesse avere in futuro il giusto riconoscimento fra i libri di storia. E qui i biografi sono incerti: quale metodo?

Quello chiamato dei “7 sospiri” o quello “Dell’ombelico tremante”?

Oppure ancora “Convulsioni dell’anima e contratture” o “Dissenteria e spasmi dell’inconscio”?

Scrisse (o meglio gli scrissero, visto che la grammatica, la punteggiatura e la sintassi non erano le sue migliori amiche) numerosi pamphlet di scarso successo che però erano i testi sacri della corte di Gurulandia dove i devoti, come li chiamava lui, non potevano esprimere opinioni personali, apportando correzioni o visioni alternative.

Ci fu un giovine adepto che, all’ennesima, ripetuta e trita esternazione sulla visione della realtà, sull’osservatore osservato ecc. non ne poté più ed incautamente disse in tono accorato:

“Ma Maestro se ognuno di noi ha la sua visione della realtà, quante realtà esistono?”.

Di quel disgraziato si sono perse le tracce, ma indubbiamente il Maestro andò in crisi e per una volta non ebbe la risposta pronta.

Colpito nel vivo del suo amor proprio (e si amava proprio tanto!), vestito completamente di nero come l’allegoria della Morte si ritirò in montagna a meditare.

Si racconta di come il Guru sia stato un giorno a digiunare per avere l’illuminazione dal suo inconscio; non credeva infatti in una deità esterna, ma confidava in se stesso, unico (D)Io che avesse una valenza per lui.

Al tramonto del giorno seguente, essendo bassi i livelli di glicemia, l’illuminazione finalmente lo colpì.

“Non è necessario avere plurime visioni della realtà, basta quella che ho io per tutti!”

E un po’ alla Frankenstein Junior, scattò in piedi gridando:

“Si…Può… Fare!”

Restò così: immobile, ieratico come il Cristo Redentore del Pan de Azucar di Rio ad ascoltare la sua eco.

Quell’atteggiamento da lugubre spauracchio e quelle grida disumane ottennero però un risultato: spaventò una colonia di merli che avevano nidificato sugli alberi lì vicino e nell’arco di pochi istanti si trovò ricoperto dagli escrementi che gli irrispettosi pennuti avevano rilasciato volando via.

Ma ciò ormai non lo turbava più: il nuovo Siddartha aveva preso vita!

 

continua

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