Cari Amici,

mi sono preso una pausa sullo scrivere articoli; da oggi vi propongo un divertissement in quattro puntate  con finale a scelta che spero possa essere di spunto riflessivo per ciascuno di noi che si riconosce in parte in questo personaggio di fantasia. Buona Lettura

A.

Primo Terzo

Il dottor Aperol Tarapassi era nato negli Stati Uniti circa sessant’ anni fa da una famiglia normalmente borghese dove il padre, piccolo imprenditore, portava a casa un cospicuo salario con il quale poteva permettersi di mantenere la moglie ed il figlio. Gli anni della sua infanzia e giovinezza erano trascorsi piuttosto gaiamente e di essi non aveva grandi ricordi se non due che, in fondo, già delineavano a grandi linee il suo carattere. Il primo, infantile, riguardava il suo gioco preferito che chiamava “il planetarium”: la rappresentazione del moto dei pianeti che giravano intorno al sole, solo che il sole era lui, mentre nelle orbite maggiormente vicine poneva i suoi ammiratori più devoti, relegando i critici o i meno cortigiani a quelle plutoniane.
Dell’adolescenza  e giovinezza ricordava soprattutto le avventure sentimentali che di certo non gli mancarono avendo a disposizione una paghetta che per alcuni suoi coetanei rappresentava già un mese di duro lavoro, ed una macchina sportiva con cui “caricare” senza difficoltà. Avendone dunque i mezzi, vivacchiò nell’ambito universitario di Yale “facendo esperienza” -come diceva lui- nei vari corsi, alternati a viaggi in varie parti del mondo. Uno in particolare che gli ritornava spesso alla mente fu quello effettuato in Giappone che là lo trattenne per oltre un mese. Fra i luoghi visitati ci fu quello nella regione di Ise-Shima, lungo la baia di Toba e le isole prospicienti di Toshijima, Sugashima e Kamishima: lì vide le donne Ama, le pescatrici di perle giapponesi che si immergono tutt’oggi con un leggero costume o talvolta solo in perizoma fino a raggiungere fondali di 30 metri dove pescano i frutti di mare e talvolta le conchiglie perlifere. Osservandole non comprendeva perché dovessero fare tutta quella fatica. Una volta lo chiese, con un interprete, ad una di loro. Questa persona di circa 30 anni non comprese il senso di una domanda per lei così banale.

“Faccio questo lavoro per integrare il bilancio della famiglia, visto che mi impegna poche ore al giorno quando i ragazzi sono a scuola; posso tornare in tempo per preparare loro il pranzo e la cena per mio marito quando viene dal lavoro.”

“Già, il lavoro. Prima o poi dovrò provare a fare anche questa esperienza”, rifletté.

Ma nel frattempo continuò a bighellonare fra le facoltà fino a quando non si innamorò della psicologia. Furono anni interessanti nei quali sperimentava le varie teorie del momento e del passato divertendosi con i suoi compagni a giocare con la realtà  e con la fantasia attraverso metamodelli di pensiero alcuni dei quali talmente assurdi da far terminare tali elaborazioni in sonore risate. “La mente è un fenomeno la cui complessità va di pari passo al fascino che esercita” era solito ripetere il suo docente di neuropsicologia. Erano gli anni in cui si era superato il classico concetto cartesiano che la comprensione del tutto poteva avvenire solo con lo studio delle proprietà dei singoli elementi costituenti; il nuovo paradigma prevedeva che il “tutto” fosse il frutto del l’osservazione di fenomeni interlacciati che non potevano prescindere dalle variabili, dalle costanti, dalle relazioni, dai cambiamenti che, a loro volta riuniti in sistemi minori o semplici, potevano costruire ulteriori macroaggregati fino a creare gli universi funzionali. Il corpo umano e la mente ne erano fulgidi esempi.

 

continua

 

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