La psicoterapia morale dei monaci riveduta e aggiornata

Cerco un centro di gravità permanente

61534L’abbiamo studiato tutti, almeno dalle scuole medie: nel basso medio evo, quando tutta Europa era nel marasma totale, diverse persone si isolavano in piccole comunità principalmente di natura monastica. Diversamente da quanto si è portati a credere, fra chiesa e monaci non vi era una grande sintonia e molte delle repressioni ecclesiali furono inferte soprattutto a scapito di queste comunità che spesso non erano affatto inclini al dogmatismo istituzionale dell’istituzione.

Un po’ in tutto il mondo, da quello islamico, ebraico, buddista, fino a certe religioni animiste, tra mistici e sacerdoti non è mai corsa forte sintonia, nonostante il volgo abbia sempre teso a vederli accomunati sotto lo stesso tetto religioso.

Oggi accade che il calo diffuso delle presenze alle funzioni religiose non coincida affatto con una scelta etica alternativa, ma piuttosto alla religione temporale del consumo, dello spreco e della dissolutezza – complice la diffusa compartecipazione a questo trend da parte di molti personaggi ecclesiastici che di certo non aiuta a fare chiarezza.

Non solo le chiese vengono coinvolte da questa contaminazione, ma anche molte pratiche terapeutiche che proclamano un possibilismo radicale diffuso. Nella mia esperienza trovo spesso persone che hanno bisogno soprattutto di trovare se stesse e di ridurre la confusione che porta alla perdita di identità e di indirizzi. La domanda consiste spesso in un intervento di ipnosi o tecniche simili, che producano la magia di realizzare un cambiamento senza fatica e sofferenza e che consenta loro di mantenere la botte piena con la moglie ubriaca.

La malattia che colpisce la maggior parte di noi potremmo dire che è la tendenza ad astrarre e teorizzare invece di occuparsi solo delle esperienze che ricadono nel proprio ambito. Esistono cose che si possono cambiare, ma la maggior parte di queste non ricadono sotto il nostro dominio e quindi su queste non possiamo intervenire. Eppure, quanto più queste sono lontane dalla nostra sfera d’azione, tanto più ci riferiamo ad esse e ci consideriamo i maggiori esperti del settore.

Una delle comunità monastiche di cui accennavamo sopra aveva fatto propria una regola efficace e sintetica che si esprimeva con l’imperativo Ora et Labora, ovvero “Prega e Lavora”.

Una pace solida ed evolutiva

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Con il passare del tempo, queste due parole hanno assunto un significato così diverso da quello medievale che già durante le scuole non avremmo potuto comprenderne il senso originario. Oggi, proprio certi approcci psicoterapici e del counseling hanno sviluppato indirizzi molto simili, come ad esempio quello dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT).

Non solo la parola “preghiera” oggi è differente dal significato originario, ma ancor più quella di “Lavoro” che oltretutto negli ultimi anni è oggetto di una profonda revisione.

Con preghiera un tempo non si trattava tanto di un rituale “esterno” come un gesto ripetitivo rivolto alle divinità, ma piuttosto un modo per mettere in sintonia la mente quotidiana con quella più profonda che potremmo chiamare anima (certe accezioni attuali di “inconscio” sono simili) e la coscienza spirituale con la sfera parallela ultramondana o se si preferisce “divina”. Da questo punto di vista, la pratica delle preghiera che maggiormente si avvicina è quella orientale di tipo esicastico, una specie di mantra che viene ripetuto senza soluzione di continuità con il fine di spegnere il pensiero quotidiano e le bramosie dell’ego. Oggi, pertanto, non sarebbe fuori luogo attualizzare il termine di “preghiera” con quello di “meditazione” o mindfulness, per restare sui termini attualmente in voga.

Meditare o pregare non vuol dire avere ambizioni di riuscita sociale o affettiva ma, al contrario, di entrare in contatto con il divino che è in noi o, se si preferisce, con la propria parte più profonda che non dipende dai richiami del mondo e che offre l’opportunità di vivere in maniera più salda ed integrata. La capacità di creare silenzio interiore è un modo per pregare. Monaci di clausura che praticavano il voto del silenzio ricorrevano ad artifici esterni, come la regola o l’isolamento, per garantire l’efficacia del lavoro, ma si tratta di un espediente che porta poco lontano in quanto è necessario poter portare con se nella vita fra gli altri il proprio silenzio meditativo. Meditare o pregare in questa accezione del termine non dev’essere considerato un passatempo, un esorcismo o un tipo di rilassamento: è un impegno faticoso, potremmo parare di un “lavoro” da compiere con i “muscoli della mente”, uno sforzo quieto spesso più gravoso del sollevamento pesi o di altre fatiche muscolari e corporee e per questo le persone fanno fatica a rispettare un tale impegno.

Dall’altro lato il lavoro è dalla rivoluzione industriale che ha perso il senso che poteva avere nel medio evo. Allora non era soggetto alla divisione dei processi, non era orientato alla sovraproduzione e allo spreco consumistico, non aveva come oggetto l’automazione o l’astrazione di soggetti e oggetti a tabelle e formule. E’ vero che non mancavano forme di schiavitù esplicita o servitù della gleba, ma non di rado anche queste non erano peggiori di molte schiavitù attuali su cui non vale perdere tempo a disquisire. Ciononostante, il modello di vita dei monasteri e delle comunità simili intendeva il lavoro un’attività nobile che vedeva le persone coinvolte nel rapporto con la terra e con gli oggetti e non certo per fare dello spreco, ma per riuscire ad avere tutti quel tanto che bastava a vivere sapendo anche esercitare una sana rinuncia agli appetiti estremi.

Soprattutto, lavorare significava proseguire quella focalizzazione del pensiero tipica della preghiera e della meditazione ancorandosi nel concreto, evitando di far volare la fantasia o di rappresentare la propria esistenza in vita come un’identità teorica, fantasiosa, pretestuosa, astratta, vaga. Quest’ultima è una tendenza sempre più frequente e tema principale delle nevrosi e delle personalità border-line che concernono in modo particolare le generazioni dagli anni ’80 in poi.

Oggi molto di quello che poteva allora essere chiamato lavoro viene chiamato hobby e spesso si paga (idea quella di lavorare per del denaro che era del tutto estranea alla mentalità monastica) per poterlo fare. Tenere un orto, preparare medicamenti, studiare su libri… tutto questo fa sempre meno parte dell’attività comunemente intesa come lavorativa.

Il bisogno di una disciplina che permetta di imbrigliare i condizionamenti sociali e i pensieri oziosi o molesti e di fare ritornare l’essere umano all’esperienza concreta e reale è assolutamente emergente per buona parte di chi soffre delle nevrosi della società attuale. Siamo esseri semplici e per capirlo abbiamo bisogno di respirare, di annusare, di gustare, toccare oggetti e persone, sapere guardare l’altro e i fatti dietro le apparenze e gli stereotipi è la maggiore cura di cui le persone sentono la necessità nonostante non la sappiano percepire e bisogna sottolineare che si tratta di qualcosa di molto diverso dalla comune richiesta di lavoro. Lavora, datti da fare in ufficio o in catena di montaggio è invece alienante ed estraniante quanto il pensiero ozioso e condizionato.

Infine, l’essere umano, oltre che avere una natura semplice ha anche una struttura complessa e profonda che fa parte di dimensioni diverse e che esige di venire ritrovata al di là delle apparenze, meditando, recitando le proprie preghiere e mantra e insegnando ai nostri figli a farlo.

Ora et Labora, medita e datti da fare, opera concentrato: una ricetta fuori dal tempo e quanto mai necessari in questo inizio di terzo millennio.

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