Cosa  vedo  nel crudo?

Il sofferente, con le sue paure, le sue nudità, i suoi affanni, i suoi dolori; ma anche colui che offre la sua arte e la sua scienza per aiutarlo, con i mezzi che ha a disposizione, le conoscenze, la sua sapienza, la sua umiltà.

Cosa  vedo  nel cotto?

Tutta l’infrastruttura che circonda l’evento, la relazione  che si sviluppa tra i due partecipanti che li amalgama e li cuoce in un brodo condiviso.

Talvolta capita che il piatto sia poco digeribile (troppo crudo) o stufato o bruciato (troppo cotto) con il sapore così alterato da non saper distinguere ciò che stai mangiando. Come in cucina, il punto è l’incontro tra i due momenti, quando cioè si è efficaci nel raggiungere lo scopo, l’aiuto.

Qui sta l’arte del terapeuta, sia che si occupi della mente che del corpo o, meglio ancora, dell’insieme dei due elementi.

E quando si perde l’equilibrio tra i vari ingredienti, si perde la cura, si perde il paziente.

Una volta c’era la scienza sciamanica, con le sue conoscenze empiriche ma sostenute, agli atti, da effetti di guarigione: un metodo scientifico alla buona ma comunque con le sue regole, i suoi riti, le sue certezze sulle  proprietà delle erbe, dei minerali sempre in ottemperanza al rispetto della natura e di un mondo superiore, quello dell’extranaturalità, sondabile solo per pochi. Essi, in seguito traslati in semplici curatori dell’anima (sacerdoti), avevano una visione integrale della persona e curandola, guarivano il singolo e tutta la comunità di appartenenza. Curandero, umufumu, taumaturgo, zambuten, uomo di medicina: solo declinazioni diverse a seconda delle latitudini. In seguito  la conoscenza si amplificò, ma diventando enorme, dovette specializzarsi nel corpo e nella mente e nei vari sottosistemi, sempre più piccoli verso il paradosso olistico.

Poi la ribellione al sistema con il desiderio di buttare tutta la conoscenza e tutte le scoperte con giustificazioni talvolta beluine, come se il mestiere di terapeuta si potesse improvvisare.

E così sorgono i sapienti del web, (un tempo seguaci dell’enciclopedia medica), quelli che sanno di sapere leggendo quattro frasi su wikipedia (magari anche veritiere), quelli che si basano solo sui dati statistici per prevedere il futuro, quelli che aprono scuole di terapia della mente (ne nascono come i funghi d’autunno) e formano alle volte tanti piccoli presuntuosi taumaturghi poco competenti che però sanno risolvere tutti i problemi dell’intelletto e del corpo.

Se si vuole essere un buon terapeuta occorre umiltà, sapienza, tempo, tanto tempo, preparazione, sofferenza, sperimentazione, esercitazione sotto la guida e la supervisione di maestri veri.

Ma come si distingue un maestro vero? E’ semplice: colui che si mette in gioco, ascolta, valuta e si pone in mezzo ai suoi allievi è come il medico che ascolta il suo paziente e ne valuta anche i suggerimenti, li vaglia alla luce della sua preparazione ed esperienza e decide: one to one.

Diffido per principio di tutti coloro che scivolano nell’atteggiamento del guru, nel culto della personalità, nell’autoreferenzialismo ma anche di coloro che fanno dei barocchismi un’arte, un garbuglio senza principio. Diffido di coloro che millantano come nuove scoperte scientifiche metodi terapeutici che pasticciano con le emozioni, la mente ed il corpo: sono in ritardo di più di  XX secoli e si attribuiscono meriti che non hanno. Basterebbe essere umili epigoni di maestri antichi!

Ho conosciuto una volta un curandero delle Ande argentine, verso la terra del fuoco. Di mestiere faceva il pastore.

Abbiamo parlato poco, fumato una pipa, preso insieme un maté.

Mi ha domandò alcune cose mediche; a mia volta gli chiesi come come agiva lui: mi rispose che non sapeva cosa fosse un “metodo”: viveva in una landa desertica ed ascoltava i suggerimenti del vento, stendeva le mani, preparava infusi e pregava la pacha mama.

“Quando tornerò alla terra spero di essere dimenticato per lasciare il posto ad un altro più bravo di me.”

Ecco tutto.

Crudo o cotto?

 

By Antonello Musso

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