Da troppo tempo e da troppi salotti si sente parlare, il più delle volte a sproposito, di cambiamento. Il tema è un must in politica e ancor di più nelle aziende. Si parla di “cambiamento” come se la parola si spiegasse da sola, senza rendersi conto che essa contiene in sé il germe del suo paradosso.

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Le scimmie di Köhler

Bastasse questo! Invece per ogni dove ci si confronta con il “cambiamento spiegato” quando dire così è come pensare di potere spiegare una poesia o un quadro senza violarli e quindi plagiarli.

Che parlare di cambiamento sia una questione di forme, di design nel senso munariano del termine, ce l’hanno fatto intendere in molti. Fra i saggi ne ho presente almeno due:

  • Il primo, L’estetica del cambiamento, è opera di uno psichiatra che oggi si occupa soprattutto di sciamanesimo, Bradford Keeney, allievo di Carl Whittaker, presenta il tema della trasformazione vista nel passaggio dalla prima alla seconda cibernetica di Gregory Bateson facendocelo cogliere come un modificarsi di angolature prospettiche, di forme estetiche, con citazioni di immagini convincenti come diamanti, telescopi o camaleonti.
  • Il secondo è un classico che mi sta particolarmente a cuore perché fra quelli che ho incontrato forzatamente durante i miei ormai preistorici studi è fra i pochi che ha segnato decisamente il mio modo di pensare. Nel 1969 uscì con il titolo inglese di Visual ThinkingIn esso Rudolf Arnheim, studioso di arte e psicologia, ci illustra in mille modi quell’idea (poi ulteriormente rivoluzionata dagli esperimenti di Maturanavedi anche…) per cui noi la conoscenza arriva al cervello già elaborata dagli organi di senso (nella fattispecie la vista) e pertanto questi ultimi possono essere considerati il luogo elettivo del pensiero. Se così fosse, le regole della mente sarebbero prima di tutto estetiche e solo molto dopo logico-procedurali. Perfino la valenza analogica dell’emisfero sinistro nei confronti delle caratteristiche numeriche del destro perde molto del suo valore e del fascino.

Lasciando agli interessati di approfondire questi temi direttamente alla fonte vado al punto, ovvero che…

Il Cambiamento non può essere spiegato né insegnato con delle istruzioni

Piuttosto lo possiamo fare per analogie e per empatia con chi lo percepisce meglio. Esiste ovvero una propensione a cogliere l’estetica del cambiamento e ad immaginare la trasformazione delle configurazioni in forme inedite o diverse; a rompere gli schemi rigidi del pensiero procedurale, attraverso la peripatesi della maestria. Molto prima degli Smarphone, di Wikipedia e di Internet, fu il tramandarsi del sapere attraverso la tecnologia del testo, resa più avanti seriale (vedi anche…) da Gutenberg, a ridurre l’insegnamento da esperienza a descrizione o istruzione. Nessuno potrebbe parlare del tutto male di questo sviluppo delle cose, almeno non peggio di quanti sostengano che con Internet tutti i cretini hanno opinioni o visibilità – questo, ad onor del vero, è sempre avvenuto con l’aggravante che trovandosi sulla carta il cretino conquistava arroganza e denaro, avendo dalla sua il potere dell’esclusiva tipografica. Ciononostante, la storia ha rimosso l’insegnamento attraverso la trasmissione dell’esperienza che solo la scelta del maestro e della scuola (né pubblica, né privata, ma personale) poteva e ancor oggi può consentire.

Questo è tanto più evidente quanto più ci si sposta da un sapere tecnico ad uno estetico.

Il cambiamento, ci insegna Bateson, può essere a più livelli. Per quello che ci serve possiamo escludere i meta-cambiamenti o cambiamenti paradigmatici, per limitarci ad isolare gli pseudo-cambiamenti o azioni di adattamento, ovvero il comune divenire degli eventi all’interno di schemi noti («Piove? Prendo l’ombrello»), da un lato, e le rotture di schemi, i primi veri e propri cambiamenti.

Sappiamo tutti di quell’aneddoto che a torto o a ragione si è soliti attribuire al noto navigatore genovese che ci fa parlare dell’uovo di Colombo.

“Dopo il suo ritorno dalle presunte Indie nel 1493, Colombo fu invitato a una cena in suo onore dal cardinale Mendoza. Qui alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire la sua impresa dicendo che la scoperta della via di occidente per le Indie non sarebbe stata poi così difficile e che chiunque avrebbe potuto riuscirci se avesse avuto i suoi mezzi. Udito questo, Colombo si indignò, e sfidò i nobili spagnoli in un’impresa altrettanto facile: far stare un uovo dritto sul tavolo. Ognuno di loro fece numerosi tentativi, ma nessuno ci riuscì e rinunciarono all’impresa. Si convinsero che si trattava di un problema insolubile e pregarono Colombo di dimostrare come risolverlo, cosa che lui fece immediatamente: si limitò a praticare una lieve ammaccatura all’estremità dell’uovo, picchiandolo leggermente contro lo spigolo del tavolo. L’uovo rimase dritto. Quando gli astanti protestarono dicendo che lo stesso avrebbero potuto fare anche loro, Colombo rispose: «La differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l’ho fatto!»” (Wikipedia)

Un cambiamento di Gestalt, avrebbero detto gli psicologi dell’omonimo gruppo tedesco di inizio ‘900; oggi si preferisce usare delle perifrasi più semplicistiche come “schema”, “pattern”, “figura-sfondo”, “ristrutturazione cognitiva”, ecc… Il punto comune è che questo tipo di trasformazione non si può spiegare come nel caso di fare funzionare un televisore la prima volta. Occorre vederlo!

Per illustrare ulteriormente il concetto prendiamo proprio un celeberrimo esperimento che uno psicologo della Gestalt condusse ad inizio secolo nelle isole Canarie che ha per protagoniste delle scimmie (qualcuno dice che dopo il delfino siano le più intelligenti e di certo molto più degli scienziati 😉 ).

«Il primo a usare la parola insight all’inizio del secolo scorso è Wolfgang Köhler, uno psicologo tedesco giovane ma già noto per aver formulato, insieme al suo maestro Max Wertheimer e al collega Kurt Koffka, la teoria della Gestalt. Che, per dirla in poche parole, riguarda il modo in cui tutti noi organizziamo la nostra percezione della realtà che ci circonda secondo criteri istintivi e ricorrenti.

Bene. Nel 1913 il buon Köhler, ad appena 26 anni, si trasferisce a Tenerife, nelle isole Canarie, per dirigere la stazione per la ricerca sugli antropoidi dell’Accademia prussiana delle scienze. In sostanza va a occuparsi di primati, intesi come scimmie antropomorfe (e già che è lì, dice qualcuno, fa anche la spia per conto dei tedeschi).

kohler-scimmie-0321948Il più sveglio degli scimpanzé di Köhler si chiama Sultano ed è protagonista di diversi esperimenti notevoli. Per esempio: l’animale è chiuso in una gabbia fuori dalla quale c’è una banana, così distante da non poter essere afferrata. Nella gabbia ci sono alcune canne di bambù: Sultano prova a usarle per raggiungere la banana, ma anche quelle sono tutte troppo corte. Allora lascia perdere. Sembra inquieto e frustrato. Sta fermo e si guarda intorno. E poi, senza esitare, prende una canna, la infila dentro l’altra e finalmente ottiene un attrezzo lungo abbastanza per acchiappare la banana» (Lo scimpanzé Illuminato di Annamaria Testa, in Internazionale)

downloadUn altro esempio celebre, questo più noto specialmente fra i tanti cultori del genere, è uno dei tanti del visionario Steve Jobs (l’attribuzione del titolo dovrebbe essere chiaro che non è dovuta al fatto che avesse visioni dall’al di là, ma perché era uno dei casi in cui qualcuno concepiva le idee “vedendo” più di quanto facesse la media in combinazione al fatto che sapeva vedere come farle avvenire con una determinazione che in genere ai visionari manca). In quegli anni Microsoft, che dell’emisfero destro è sempre stata un esempio estremo, aveva sfornato i “Tablet PC” con Windows. Degli arnesi infernali che non potevano essere digeriti dal CEO zen e che per questo, complice pare anche un certo odio per un manager di Redmond che stava gestendo l’operazione, chiese ai suoi ingegneri di produrre l’alternativa di Apple all’idea di Gates. Questi si presentarono a lui con quello che cinque anni dopo sarebbe stato un iPad. Egli lo guardò bene e ci vide… un telefono-tablet. Stabilì che si sarebbe progettato il futuro iPhone lasciando ad esso anche il compito di fare da ponte per l’iPad. Dello smartphone sappiamo tutti che cosa fu, mentre del “giovane-vecchio” iPad che rimase il prodotto di nicchia che probabilmente non sarebbe arrivato ad essere senza la mediazione dell’iPhone.

Anche in questo caso, il nostro “genio” aveva mostrato come gli occhi che colgono lo schema e lo sanno vedere diversamente (Think different il loro motto, come i “cappelli per pensare” di De Bono) arrivano dove il ragionamento – che poi comunque esprime e riordina il tutto – non può arrivare.

Non è un caso che la più antica tradizione relativa allo studio dei cambiamenti redatta poi dal tedesco Wilhelm avesse per titolo “I Ching – Il libro dei mutamenti“.

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Noi di esso leggiamo la spiegazione che lo studioso ci ha trasferito dopo averla appresa dai maestri dell’arte – perché di vera e propria arte si tratta – tuttavia l’oracolo non descrive una vera e propria ricetta di comportamento, ma una configurazione, quindi un’immagine costituita dall’alternanza di vuoto e pieno (così come l’immagine del volto su carta non potrebbe mai essere definita dal solo tratto senza lo spazio che da essa viene compreso). Chi la vede come dev’essere vista è destinato a comprendere meglio, non il destino, ma l’inclinazione del momento in divenire – di quanti leggano solo le istruzioni.

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Ora che gli esempi ci sono tutti, e direi perfino troppi, cominciate a farvi delle domande come quelle che seguono:

  • Chi guida Paesi e Nazioni davvero vede il cambiamento?
  • Chi insegna e guarda al mutare delle culture e allo sviluppo delle persone davvero vede i cambiamenti?
  • Chi gestisce le imprese e l’innovazione e ha il cambiamento in bocca sempre e ovunque come se stesse parlando di quello che ha in tasca davvero vede il senso del divenire, come cambiano le cose e i clienti e vede davvero la forma che vanno a prendere i cambiamenti che propone?
  • Oppure l’estetica di tutti costoro invece che frutto di visione è solo un aborto della moda che, come solitamente accade in questi casi – come i pantaloni “a zampa di elefante” – solo qualche anno dopo verrà considerata ridicola se non addirittura disdicevole, ma che oggi chi non l’apprezza è out?

Poi domandatevi:

«Come mi VEDO e come VEDO ciò che mi circonda? Sono capace a guardare così bene da comprendere il senso di questo tempo?»

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