Riprendo il tema della stagione, Diversity, per aprire una conversazione sulla diversità delle competenze che oggi servono a noi, apprendisti continui, per sopravvivere in questo mondo di meraviglie digitali. In estrema sintesi si può affermare che le competenze sono una delle componenti che crea nella persona una diversità che lo identifica, questo però nel mondo del lavoro sta mutando perchè sempre più la persona dovendo eseguire procedure, serve addestramento piuttosto che lo sviluppo di una competenza che permetta alla persona di porsi responsabilmente nel contesto in cui opera.

Quindi sempre più si tende ad una normalizzazione della diversità delle competenze, e questo accade in particolare nel mondo delle tecnologie informatiche a cui questa riflessione si riferisce, sopratutto perché contestualizzata in ambito che frequento quotidianamente.

Omologare la diversità del resto è pratica comune utile per depotenziare la diversità come punto di partenza per uno sviluppo di comunità umane consapevoli, di cosa lo dovranno scoprire, ma dalla diversità si può partire.

Lungi da me il rendere superficiale il tema delle competenze, visto poi la loro divisione in soft, tecniche e quant’altro ancora, ovvio che ci sono luoghi e conversazione tenute da chi sulle competenze e del loro sviluppo se ne occupa di professione, anche in questo spazio più contribuiti sono presenti, però da qualche parte bisogna iniziare e quindi dando per scontato forse molto sulle competenze e il loro “uso”, da qui partiamo per questa breve spunto di riflessioni sulle professioni e le competenze del mondo dell’Information Technology.

Reskill, é Il termine anglofono che ultimamente circola sempre più in convegni e dibattiti nei quali, usando questo termine, viene acclamata a gran voce la necessaria “riprogrammazione” dei lavoratori con nuovi skill, nuove competenze.

Le motivazioni che vengono usate per questa “riprogrammazione” sono diverse e vanno dal lavoro che cambia nella sue competenze, dalle tecnologie IT del Mondo Nuovo che lo richiedono, e dalla nuova concezione di Fabbrica 4.0, solo per citarne alcuni che quotidianamente sfrecciano tra tweet e articoli.

A questi esempi si aggiungono anche quello sulla elevata età media delle persone, e di una loro “riprogrammazione sostenibile” pena la loro uscita dal “mercato del lavoro”.

In tutti gli esempi citati comunque è chiaro che la necessità di “riprogrammazione” delle competenze è legata alla utilità “produttiva” delle persone, un tema antico, che oggi diventa solo più drammatico per il contesto globale in cui ciò avviene, e per quanto già citato in altra sede, ovvero il ritorno del mito della velocità di Futuristi memoria(1).

Premesso ciò, ma se reskill significa “to learn new skills so that you can do a different job” e anche “to train people to do a different job”, perchè parliamo di ciò visto che il lavoro è sempre lo stesso ?

Prendo ad esempio ambito a me più usuale, perchè affermare che c’è un importante problema di reskill visto età media dei professionisti IT, quando il lavoro sempre lo stesso è?

Ma allora le competenze sono solo degli strumenti ? Perchè sembra che gli strumenti siano i fini e le persone i mezzi con cui raggiungere i fini, e non viceversa.

Può sembrare un sottile gioco di parole, perchè qualcuno potrebbe dire che IT Manager di vent’anni fa, peraltro veniva chiamato responsabile del CED (Centro Elaborazione Dati), faceva un lavoro diverso da quello di oggi, ma così è?

Io sono certo che quella persona allora faceva lo stesso lavoro che oggi fa un IT manager “moderno”, ovvero grazie a strumenti, sue attitudini e conoscenze, e alcune competenze tecniche, è in grado di governare e rispondere alle esigenze che l’azienda esprime, dando quindi ai suoi colleghi la possibilità di attuare le strategie d’impresa attraverso il governo delle tecnologie e la loro disponibilità come strumenti collaborativi e abilitanti delle strategie stesse.

Quindi se il lavoro nuovo è il fatto che le attività si fanno in modo diverso rispetto a vent’anni fa, beh calmiamoci con l’abuso dei termini che alla fine portano solo lontano dal cuore del problema, ovvero il vivere il presente e saper utilizzare gli strumenti della propria epoca per sopravvivere: evolvere.

Certo è che ognuno di noi ci mette del suo, si addormenta, si distrae, spera che nulla mai cambia, oppure colpevolizza l’azienda in cui lavora per la mancanza di attenzione nei suoi riguardi, e che non lo fa crescere nelle sue competenze.

Sia ben chiaro anche le comunità intorno a noi, siano esse aziende o istituzioni, ci mettono del loro, interessi di caste, fattori produttivi, interessi economici spinti oltre modo, oligopoli e altro ancora che rende sicuramente complicato il porsi delle persone davanti al problema.

Quindi il primo suggerimento è sostituire reskill con consapevolezza, da lì poi partire per fare gli “acquisti” di competenze strumentali che possono servire, oppure per avviare un percorso di cambiamento che porti la persona ad una sua evoluzione, che potrebbe essere anche il sapere che domani è un altro giorno…

Anche nel mondo del lavoro la prevenzione serve, e non solo per gli infortuni, ma per capire come porsi responsabilmente nel contesto sociale secondo le proprie attitudini e competenze, e di conseguenza per mantenere una soglia di attenzione, vivere nel presente, che mi permetta di intuire e immaginare una evoluzione sostenibile, magari anche altrove dove necessità mia attitudine o viene riconosciuta.

I venditori del futuro (2) sono assai, però se siamo compratori consapevoli possiamo far evidenziare la nostra diversità, il nostro valore, come punto di partenza per sopravvivere in questo Mondo Nuovo con le competenze che consapevolmente sono a noi utili in quanto ci mantengono nella realtà in cui viviamo.

Se quindi decidiamo che il ruolo che vogliamo ricoprire è fare il Project Manager, il manager IT o altro ancora, facciamolo consapevolmente e soprattutto bisogna, riprendendo ancora una volta una citazione di Italo Calvino dalle Città Invisibili, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

 

(1) (2) La vendita del cambiamento e le start-up

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