Un neuroscienziato serio non confonde facilmente le evidenze che emergono dalle sue ricerche con la causa dei fenomeni e meno ancora con il significato delle parole che si utilizzano. Purtroppo non sono tanti quelli che non si lasciano sedurre dal trasformare dei costrutti di ricerca in teorie generali che finiscono per spiegare tutto; un tutto della cui esistenza non ci sono, peraltro, prove acclarabili.

Così accade che dagli studiosi dell’AI (intelligenza artificiale) a quelli dei dentriti si faccia in fretta a dire «L’intelligenza è questo, la mente quest’altro, la coscienza quest’altro ancora, e poi l’anima, lo spirito e se reggi ti racconto anche della morte e di Dio».

Non è questione di contestare le teorie o di provarne l’errore. Non ce n’è alcun bisogno!

Il fatto è che alla fine tutte disquisiscono di un concetto di senso comune che quando si provi a definirlo con precisione, nell’ipotesi migliore non troverebbe alcun assenso.

Tutti noi, per esempio, abbiamo un punto di vista spontaneo su quanto sia «coscienza» e probabilmente nessuno di questi somiglia ad un altro. Allora che cosa fa lo scienziato? Riduce il concetto, arrivando, ad esempio, a dire che la coscienza è quella cosa che ti fa dire che sei sveglio. A questo punto risponde alla domanda di cui in parte aveva già preparato la risposta nel definire riduttivamente l’oggetto.

A una domanda complessa che si pone l’uomo da millenni si trova una risposta scema avendola ridotta ad una definizione ancora più scema. Appunto, Scemo e più scemo.


Lo scienziato – è peggio ancora l’umanista o lo psicologo che, sentendosi figlio della serva per non avere dei correlati fisici per la propria pratica, finisce per mettersi autoritariamente prono alle sue spiegazioni, come un vice-inquisitore – ha dalla sua un bagaglio di argomentazioni persuasive per le anime pie che si fanno conquistare facilmente con le parolone indimostrabili e con le foto inventate dai microscopi nucleari.

Va tutto bene, ma quando sentite certe spiegazioni domandatevi sempre: «Ma sta veramente spiegando quello che volevo sapere?» oppure fa come quello che alla domanda: «Che cos’è l’acqua?» risponda «È certo quella cosa che dal cielo va sulla montagna, scende al mare per poi tornare al cielo!». Qualcuno contesterà che non c’è bisogno che vada in montagna e da lì gli accademici, litigando ognuno nella sua parrocchia, avranno ragione di guadagnare ed esistere, anche se voi non saprete mai “che cos’è l’acqua in sé”.
Figuriamoci poi la mente o l’anima!

Ennio Martignago

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