Interferenze

“Walk in the mashup side!"

Sono SOLO canzonette

Quasi trent’anni fa partecipavo come osservatore ad un corso di formazione per manager aziendali. Si trattava di qualcosa di molto molesto. Tutti si annoiavano terribilmente, nonostante lo usassero sfruttando qualsiasi pretesto per darsi importanza.

O forse solo per stare abbastanza impegnati da resistere al sonno.

L’osservatore, però, aveva insita nel ruolo l’impossibilità ad intervenire. Per questo gran parte di quei giorni la trascorsi a mascherare alla meno peggio i miei frequenti pisolini.

Al giro di tavola finale, come consuetudine, tutti ringraziavano tutti, osservatore compreso, senza per questo risparmiargli di sottolineare le sue “assenze”.

Quando fu la volta del mio intervento di sintesi mi espressi più o meno in questi termini:

«È vero, ho dormito spesso; ma nel sonno ho pur sempre sognato il gruppo!

E ho sognato un mito ebraico in cui il Signore spiegava a Samael perché gli avesse preferito una creatura così imperfetta come l’uomo. La sola ragione era che sapeva attribuire un nome alla moltitudine delle creature che Egli generava. Come dire che l’Onnipotente poteva fare tutto, ma per comprendere quello che faceva aveva bisogno di uno sgorbio in grado di nominarle.

Noi siamo in grado di nominare quando ci accorgiamo di qualcosa e ne diventiamo consapevoli in ragione della nostra capacità di sorprenderci, proprio come fanno i bambini di fronte ad un evento sconosciuto. Siamo intelligenti, non perché sappiamo calcolare o abbiamo il QI alto, ma solo perché sappiamo ancora sorprenderci di quello che a tutti sembra solito, noto, codificato, esaurito.

In questi giorni ho sentito ricorrentemente l’espressione: in azienda, al lavoro, nella mia vita… “ormai ho già visto tutto”; “è solo sempre la stessa storia”; “tante parole, ma poi sotto sotto c’è sempre la stessa cosa che conta e solo quella”.

Ho sognato questo e stavo sognando il gruppo. Non siete tristi di non avere più uno scopo? Di non avere più nomi da dare? “Avere visto tutto”, invece di farvi sentire uomini di esperienza, dovrebbe farvi accorgere di quanto bisogno avete di ritrovare il sentimento dello stupore dentro di voi; di quanto più importante sia la capacità di scoprire e sapere esprimere una domanda rispetto a quella di trovare una risposta plausibile con cui tacitare un bisogno, mortificandone nel contempo le innumerevoli potenzialità inespresse»

Ci furono infiniti ed eterni secondi di silenzio poi scoppiarono a parlare tutti insieme, al punto che lo staff dovette fare di tutto per riuscire a chiudere il lavoro che non sembrava volersi definire.

“È SOLO filosofia!” dicevano i tecnici, convinti di stare esprimendo un insulto di disprezzo, ma non trovavano pace. Dal canto mio, sapevo di averla fatta fuori dal vaso e pensavo che sarebbe stato meglio tacere.

Oggi, di una pletora di anni trascorsi ad imbonire di significato routine aziendali che con lo sguardo di poi nel caso più fortunato si sono rivelate inutili, questo è uno dei non così tanti momenti che riconosco dotato di un valore sufficiente da essere ricordato della mia carriera aziendale.
Fra Hegel e il marchese De Sade, trovo molto più importante il secondo e ho capito che nessun “sistema”, nessuna teoria che non possa venire intesa come SOLO una storia ha davvero alcunché da offrire ad alcuno.
Da allora ho sempre più imparato che le persone che incontro hanno voglia di raccontare e ascoltare storie ma che per farlo hanno tuttavia bisogno d’insignire questa semplice necessità di un’etichetta importante come “terapia”, “strategia”, “ideologia”. Non è necessario che queste storie siano vere e non è neppure necessario crederci e nemmeno che le parole siano poi così comprensibili: occorre solo rispettare quel bisogno e inondarlo di stati di coscienza intensi e pieni di rispetto e compassione.

«Poichè non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile; però tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che senza neanche riuscireste a concepire la vostra vita – forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna – forse venti – eppure tutto sembra senza limite»

Il narratore (Paul Bowles) ne *Il Tè Nel Deserto *1990

Ennio

Annunci

Informazioni su EnnioMartignago

Tutto (si fa per dire…) su di me in http://enniomartignago.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 11 aprile 2016 da in Bozze e Appunti.
Follow Interferenze on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 923 follower

Sembra che l'URL del sito WordPress sia configurato in modo errato. Verifica le impostazioni del widget.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: