Avevo appena terminato di scrivere una serie di articoli per un giornale del web; ero anche soddisfatto perché mi erano parsi moderni, dinamici e quel tantino polemici da suscitare l’interesse dei lettori quantomeno per avviare una discussione fra amici, confrontando i diversi punti di vista e disputando in merito.
Qualche ora dopo, aprendo la pagina del giornale, noto con rammarico (non era solo rammarico, in verità) che l’editore, per motivi suoi magari anche giustificati, non lo aveva preso in considerazione, inserendolo in una pagina anonima delle retrovie, in modo che solo con una ricerca approfondita avrebbe potuto essere letto.
Quel giorno stesso ne parlai con Ennio, il quale la buttò lì: “ma perché non apri una rivista tutta tua?” ed io di rimando: “ma perché non apriamo una rivista tutta nostra?”.
Così, banalmente, nacque l’idea che in seguito si sarebbe chiamata Interferenze.
Ora, a distanza di qualche anno, spesso ripensiamo a quell’intuizione telefonica che subito dopo sviluppammo da bohemien al tavolo di una trattoria (se fossimo stati a Parigi sarebbe stato un bistrot).
Ed il primo dubbio fu proprio il nome.
“Per giustificare il nome, dobbiamo valutare cosa e per chi vogliamo scrivere!“
Sul “per chi“ non ci furono dubbi: per noi stessi.
No, non interpretatela come misantropia o egocentrismo patologico: era solo un modo di esprimere un libero pensiero al di sopra ed al di fuori di mode, pensieri unici ricorrenti, pensiero orizzontale. E devo dire che in questi pochi anni di vita la rivista ha mantenuto questo spirito libero del quale non ci siamo mai pentiti. Rispettosi della forma e delle idee altrui, esprimiamo punti di vista talvolta critici, talvolta antitetici rispetto alla *moral suasion* corrente. Aggiungendo magari un poco di pepe per rendere il tutto meno sapido.Leinterferenze
In merito al “cosa“ scrivere, non ci siamo dati limiti: darsi dei limiti si traduce spesso in monomania tematica che alla fine avrebbe annoiato entrambi.
E sì, amici miei, perché entrambi siamo per certi versi dei creativi: Ennio è un complicato semplice ed io sono un semplice complicato. In buona sostanza su alcuni aspetti siamo complementari come yin e yang o, per non darci troppe arie, come Stanlio e Ollio.
Si trattava dunque, fissati gli obiettivi, di trovare il nome più adatto.
Ricordo che avevo abbozzato un’ idea per un prossimo articolo: riguardava i parallelismi fra virus organico e virus informatico e stavo ripassando i meccanismi con i quali essi infettano la cellula o la sequenza di dati.
Parlandone, appunto, a quel tavolo di trattoria (avete presente quell’atmosfera casalinga con i tavoli apparecchiati su quelle tovaglie a quadretti bianchi e rossi?), Ennio, da buon pragmatico, definì l’effetto dell’infezione come una “interferenza”.
E fu subito giorno.

Antonello Musso

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