Interferenze

“Walk in the mashup side!"

Essere Cartier-Bresson


L’invisibile immersione

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Henry Cartier-Bresson, un uomo poco incline ai selfies

«Henri Cartier-Bresson è divenuto famoso per i suoi scatti realizzati nei “momenti decisivi”, grazie alla sua Leica. “Non ho mai abbandonato la Leica, qualunque altro tentativo mi ha sempre fatto tornare da lei. Per me è LA macchina fotografica”. Ma cosa aveva di così speciale questa macchina fotografica? Ai tempi della sua uscita, in un certo senso Leica rivoluzionò il mondo della fotografia. Molto più leggera e meno ingombrante delle macchine a medio formato, la sua maneggevolezza la contraddistingueva decisamente dalle macchine professionali del tempo. Anche per questo motivo, venne inizialmente bistrattata dai professionisti (un po’ come succede con le mirrorless di oggi, forse…). Ad essa, Henri amava accoppiare un 50 mm e praticamente non utilizzava altri obiettivi, probabilmente per rendere il risultato dello scatto quanto più vicino possibile alla visione dell’occhio umano. “È attraverso un’economia di mezzi e l’abnegazione di sé che si raggiunge la semplicità espressiva”» (Marco Morelli, 6 lezioni sulla fotografia da Henri Cartier-Bresson)

Le nuove tecnologie e la rete hanno trasformato molte delle pratiche, in particolare quelle legate all’espressione e alla comunicazione. Si tratta di un fenomeno che si va realizzando da parecchi decenni e che oggi è probabilmente arrivato ad un capolinea che ne muterà il senso, anche se non è dato sapere in quanto tempo e a che prezzo.

Io faccio parte di coloro che hanno iniziato a fare foto con la Kodak Instamatic e per i quali uno scatto costava e non andava sprecato. Da giovanotto, poi, come molti altri coetanei d’estate, quando avevamo la casa libera ci passavamo a turno gli attrezzi per lo sviluppo e improvvisavamo una camera oscura nomade dal gabinetto di un amico a quello dell’altro. Fotografare era socializzare gusti, osservazione, espressione e interpretazione.

Poi fu la volta del lavoro, della famiglia e dei nuovi strumenti: proprio come per gli strumenti musicali, quando non avevamo i mezzi per averli potevamo dedicare loro molto tempo ed energie che si estinsero rapidamente non appena i mezzi si rendevano disponibili. Sembrava impossibile che il digitale potesse prendere il posto della celluloide, ma era, ovviamente, solo questione di tempo.

«In realtà la fotografia di reportage ha bisogno solo di un occhio, un dito, due gambe» (H. C-B)

Per un certo periodo di tempo ho comprato fotocamere più o meno raffinate per avere delle foto che “rimanessero” e ora riposano in un armadio in realtà comunque non per obsolescenza. Quella consapevolezza presente già in gioventù che la fotocamera fosse soprattutto uno strumento formativo della mia capacità di osservare si amplificò con il passare degli anni. Penso che oggi potrebbe bastare incrociare le dita a rettangolo per farmi convinto di aver fatto una foto, ma ovviamente sarebbe troppo spericolata come astrazione:

«Mentre si scatta una foto si realizza un quadro» (H. C-B)

Poco alla volta, il compromesso migliore fra la Reflex dai mille obiettivi e le dita a rettangolo ha preso vita nello smartphone. Non importa quale sia la qualità e la marca: posso averne una di preferita, ma la prima che mi capita fra le mani va altrettanto bene e anche quella della prima persona che mi trovo accanto, tanto non mi curo della paternità dell’istante che mi ha usato come medium e posso lasciare benissimo venga condiviso da altri che non me stesso.

Cartier-Bresson's_first_Leica (1)Per me fotografare è un po’ quello che fanno certi pescatori che, una volta preso all’amo il pesce lo rispediscono nel fiume, con il vantaggio che anche “senza consumare la preda” non buco il palato a nessuno.

Così questa sera, mentre ringraziavo il momento che la sera in riva al mare mi stava donando, è riemerso in me il vecchio amore per uno dei maestri del reportage che, pur non essendo certo il solo, ha posto le basi per quel paradigma stilistico stoico-estetico che ha attraversato la storia della fotografia e che si incarna nella sua fidata prima fotocamera, la Leica.

Mimetizzarsi nell’istante

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C’è una foto, questa qui sopra, che reca in sé una lezione e che per questo mi è particolarmente cara di questo artista. Si dice che per questa, come per altre immagini, egli fosse solito farsi accettare dalle persone nell’ambiente che avrebbe fotografato, non come certi paparazzi che puntano i loro telescopi da muretti da cui si cimentano in improbabili contorsionismi. Bresson era lì mentre si consumava l’istante e lo coglieva con una 50mm dalle risorse tecnologiche (tolte giusto le lenti, forse) di gran lunga inferiori a quelle dello smartphone di tuo nipote e, non senza un po’ di fortuna, lo coglieva nel suo farsi. Rispetto ad altre ottiche, si dice che il 50mm sia quella che più corrisponde all’angolo di visuale umano. La prospettiva soggettiva dell’essere umano (diversa da quella della mosca di Cronemberg o del corvo di Castaneda).
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Marco Morelli evidenzia 6 possibili lezioni estrapolabili dallo stile del grande fotografo.
Si tratta prima di tutto di avere fiducia nella semplicità del “gesto fotografico”, comprendendo che la tecnica è la strada che porta il fotografo a sviluppare la propria sensibilità, ma non alla foto in sé. Più elementi immettiamo nell’immagine e meno sarà lineare, trasparente e comprensibile. Non di rado, più raffinatezze conterrà il prodotto e meno cose da dire avrà avuto il suo autore.

Purtroppo i dettami della bellezza si sono avvicinati alle sostanze allucinogene e diventano tanto più interessanti quanto meno sono reali. Per questo, abbiamo abbandonato la prosaicità del bianco-nero per saturare le immagini di colori ed effetti speciali spesso noiosi e rumorosi.
Il lessico delle immagini è tale che usando il monocromatismo si finisce nell’angolo cieco dell’osservatore e quindi per essere visti dobbiamo genufletterci al rumore.

Oggi più che mai ci risulterebbe possibile fare foto in continuazione per poter affinare la nostra espressione, facendo in modo che non sia la fotocamera ad indirizzare le azioni e i gusti del fotografo, solo che dovremmo soffermarci a guardare e comprendere quello che abbiamo fatto, mentre siamo vieppiù disattenti al senso e ci limitiamo a coprire di cerone alla Instagram immagini insignificanti. Molti fanno foto per giustificare l’acquisto di uno zoom da 50 o più x, cercando un ingrandimento lontano mentre gli eventi “densi” hanno luogo in mezzo alle loro gambe.

Venendo alla parte propedeutica la soggettività dell’immagine cui accennavo nel paragrafo precedente, non va dimenticato che la fotografia deve aiutare il fotografo ad affinare i propri sensi in modo paradossalmente tale da permettergli di fare entrare nell’immagine contributi del tatto o dell’udito, non con la promiscuità ipermediale, ma con la disciplina austera e coerente della semplicità e con il gusto dello scatto.

La trahison des images

René Magritte, La trahison des images, 1928–29

Alla riconquista della naturalità umana per mezzo della tecnologia

Come molti avranno sospettato, il mio obiettivo non è costituito tanto dall’espressione fotografica in sé, quanto dalla metafora che essa consente di esprimere riguardo al tema di questa stagione.

Andare incontro ad una vita più semplice non vuol dire rinunciare all’arte o alla tecnica e neppure alle tecnologie, ma essere noi ad usarle per quanto basta a permetterci di fare quello che desideriamo. Qui viene spontanea la precisazione: «Già, ma che cos’è che vogliamo veramente fare?» Anche se non sappiamo dare una risposta a una tale domanda, questo non giustifica un servilismo verso gli strumenti, come se dovessimo vivere per giustificare la loro invenzione. Nello stesso modo, potremmo mutuare la critica che a suo tempo Karl Marx rivolse ai luddisti che combattevano lo sfruttamento sabotando le macchine ribadendo che anche oggi l’abuso delle tecnologie nella vita delle persone non dipende certo dalle tecnologie.

Comprendere le tecnologie non attiene alle tecnologie stesse

Essere Cartier-Bresson (mutuando il titolo del celebre film “Essere John Malkovich”) significa mimetizzarsi nell’istante, essere ricettivo sacrificando la presunzione dell’artista per ritrovare la spontaneità della human nature, che significa usare tutti i sensi senza avere l’ambizione di cambiare il mondo, di fare carriera, di diventare qualcuno: non a caso Cartier-Bresson aveva scelto come rifugio elettivo per abitare proprio la modesta semplicità di un villaggio dell’Abruzzo.

Al centro della Croce

Esplorando il simbolismo della croce, René Guénon, come per altri percorsi Rudolf Steiner e molti altri ricercatori, ha messo in evidenza il messaggio riposto nel centro in quanto simbolo stesso della funzione equilibratrice della missione dell’esistenza umana. Fra forze che spingono verso il suolo, il farsi concreto, possedere, mangiare e trasformare quello che ha vita in materia, e altre che – al contrario – spingono verso il mondo degli ideali, l’affermazione dell’Autorità dell’Io, del Potere, della scalata alla Torre di Babele, la scelta dell’uomo autentico (quello della figura dell’Arcangelo Michele) consiste nell’intervenire con la propria presenza, mediando, bilanciando armonicamente tendenze opposte nessuna delle quali ha ragione di prevalere, per il semplice fatto che non è permesso loro nessun confronto, nessuna dialettica che non sia semplicemente quella di sostituirsi l’una all’altra aspirando o temendo il proprio momento di vittoria o di sconfitta.

Essere nel momento interpretandolo, esprimendolo, sublimandolo, magnificandolo attraverso sensi e significato è il solo contributo che possiamo conferire a questa guerra priva di integrazione e comprensione reciproca fra corruzione onnivora, da un lato, e dittatura fanatica, dall’altro.

Ci sono sentimenti e consapevolezze che superano i confini geografici e culturali e sono quelli che le forze antagoniste, quelle del materialismo e del fanatismo, cercano di distruggere e quella del centro, della presenza e della testimonianza consapevole e compassionevole è la più importante; è l’essenza stessa dell’essere umano qui ed ora.

«Sono qui e ora, Signore, in carne e sangue, respirando e pulsando, per testimoniare del Creato e farmi interprete per le tue Creature, semplice e nudo come mi hai fatto, giusto con quei pochi mezzi che mi hai permesso di inventare per servirti meglio»

La via amichevole

Esiste un modo per non rincorrere il nuovo a tutti i costi senza per questo rinnegare la strada percorsa. Esiste il modo per vivere la lezione della semplicità cavalcando le nuove tecnologie. E questo modo è partire dal centro della natura umana, facendo ricorso a tecniche e tecnologie solo dove serve e per le finalità del vivere e non per quelle di esaurire le risorse e inquinare l’habitat dei viventi.

La metafora del reporter dell’esistenza attuale e situata che usa il suo modesto smartphone per essere al centro della realtà invece che da un osservatorio astratto e lontano. Non facciamo le foto della nostra esistenza usando il super-zoom o l’occhio di pesce, ma con il classico obiettivo a fuoco fisso, il 50mm della Leica di Cartier-Bresson che al giorno d’oggi vuol dire: usa il tuo smartphone cOne una fotocamera non potente, ma semplice e pulita, chiara e intuitiva, senza pensare a come fare l’effetto più stupefacente, ma a come esprimere un’immagine che abbia un suo centro, un cuore umano.

Che cosa voglia dire questo nel campo delle tecnologie va da sé: significa usare le tecniche che ci restituiscono tempo per vivere invece che schiavitù ai nuovi padroni e alle loro macchine. Significa diffondere conoscenza per liberarsi dal denaro e dal potere e non far prevalere il proprio contenuto per guadagnare di più e per prevaricare il prossimo. Altrimenti, perfino le scoperte che ci permettono di vivere di più non fanno altro che del male a noi stessi, agli altri viventi e al mondo stesso.

Siamo arrivati ad un punto in cui le tecnologie hanno portato il paradigma dell’uomo ad un punto di svolta. Non quello immaginato dai singolaristi o dai tecnoumanisti che vedono nell’intelligenza artificiale il successore dell’umanità, quanto quello insito nella capacità di superare i limiti del proprio modello meccanicistico-procedurale stesso tipico delle macchine.

Questo è evidente non solo attraverso le incertezze dell’evoluzione del modello economico imprenditoriale (già preconizzate da Schumpeter), ma anche nell’uso della socialità in rete. Invece di re-twittare o condividere ripetutamente gossip e aneddoti, dovremmo generare nuovo pensiero, nuova creatività e capacità critica. Questa, ovviamente, non dovrebbe finire sui social network stessi, ma piuttosto riversarsi nelle strade in nuove forme interpretative militanti. Creare e pensare invece di replicare. Una sfida che al momento sembra offrire poche speranze.

Diogene di Sinope alla ricerca dei un uomo autentico

Diogene di Sinope alla ricerca dei un uomo autentico

Che fare, dunque? Per ora ho in mente solo prospettive soggettive, anche perché nulla può essere più politico in questo momento che la provocazione della soggettività.

Come Diogene di Sinope o un più attuale Bukowski o Terzani, guarderei attraverso il mio smartphone per cogliere l’autenticità, non dell’uomo, ma dell’istante che si manifesta come forma unica e ininterrotto flusso di coscienza attraverso la mia presenza, per quella quota a parte di autenticità che le è consentita.

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Informazioni su EnnioMartignago

Tutto (si fa per dire…) su di me in http://enniomartignago.com

3 commenti su “Essere Cartier-Bresson

  1. Pingback: Essere Cartier-Bresson | Ennio Martignago

  2. Pingback: Essere Cartier-Bresson – Cristina Merlo

  3. Cristina Merlo
    15 gennaio 2016

    L’ha ribloggato su Cristina Merlo.

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