Interferenze

“Walk in the mashup side!"

Il sé come paesaggio

Villa Pisani Stra

Labirinti di Villa Pisani

Per ritrovarsi occorre essersi persi

Dagli anni della psicanalisi ad oggi si è posta un’enfasi eccessiva e sempre crescente sulla conoscenza di sé.

Già il termine stesso ha una chiave di lettura differente nelle lingue continentali europee rispetto all’anglosassone e soprattutto nella concezione statunitense.
Quando Jung parla di sé, intende qualcosa di completamente differente dall’Io, distinzione che fra gli anglofoni non esiste, in quanto di “sé” o di “io” non ne possono esistere diversi: il soggetto è soggetto sociale e quello che attiene alle religioni, anima o spirito che sia, è un altro “pezzo” che non centra niente con la vita di tutti i giorni.
L’idea di sé come parte diversa dall’io la ritroviamo ancor più spiccata nella filosofia e nelle religioni orientali.

L’esperienza delegittimata

perdersi man-in-labyrinth-300x235Ci si pone frequentemente la questione del perché dovremmo essere nati con un “Io finto” se poi ci toccava scoprire quello vero. Una domanda posta male, in quanto il sé è più facilmente percepibile quanto più si è vicini alle strutture primarie del pensiero, quelle che aderiscono strettamente ai fenomeni e al rapporto con l’ambiente senza avere a che fare con le sovrastrutture secondarie del sapere, il mondo delle categorie studiato da Kant e a cui fa riferimento il mito del libro della Genesi quando il primo uomo si nutre all’albero proibito della conoscenza. Simbolicamente l’Io nasce in quel momento, quando il soggetto diventa tutt’uno con il linguaggio che gli serve per costruire un mondo.

Abbiamo costruito un mondo fondato sul linguaggio. Un mondo fondato sull’IO che è passato dall’essere la sola cosa per cui ha senso che esista, ovvero una prospettiva del verbo, quella della cosiddetta “prima persona” a quella dell’identificazione dell’entità che riconosce l’esperienza e da essa ad un mondo a misura delle necessità di quella ID entità assurta a soggetto. Questa è la credenza delle credenze, di gran lunga più superstiziosa della fede in qualsivoglia Dio. La mappa cognitiva che questo soggetto ha costruito, la metafora su cui poggiano le possibilità del ripetersi delle esperienze basata su diversi linguaggi, non solo quelli parlati, ma ancor più quelli numerici e oggi quelli informatici, l’abbiamo chiamata “Sapere” e da un paio di centinaia d’anni abbiamo fatto coincidere questi “saperi” con l’accezione restrittiva, riduttiva e impoverente di “scienze” ottenendo un notevole successo.

Le scienze hanno creato il mondo (con delle rinominalizzazioni di sezioni di esperienze e di oggetti) riconoscendo come reale esclusivamente quello che poteva essere trattato dalle loro tecniche e dai linguaggi adottati. A questo processo appartiene anche l’Io. A questo fa riferimento la diatriba fra Don Juan e Castaneda quando il secondo chiedeva al primo stupefatto se quello che aveva vissuto era “vero”, “reale” (un’altra corrispondenza linguistica barbara dell’epistemologia dell’uomo comune introdotta dai divulgatori), sottendendo una separazione fra il dominio dell’esperienza (superstizioso) e quello della ragione (legittimata dagli apparati istituzionali).

La scoperta di sé

In questi anni abbondano le offerte di corsi, gruppi, sette… che hanno tutte più o meno esplicito l’obiettivo di far conoscere al cliente chi egli è “veramente”, il suo “vero Io”. Sul fatto che si viva una vita povera di soddisfazioni, per quanto eccedente del superfluo fino al cinismo (si pensi alla quantità di esseri viventi che sacrifichiamo per il solo risultato di un’eccedenza di prodotto spesso votato allo spreco più o meno rapido), credo non servano esempi. I famosi 15 minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol che portavano ad uccidere il cantante pur di avere un posto in prima pagina sono chiari effetti dei bisogni di questo mostro eroico secondario: il posto dell’Io.

La necessità di sentirsi qualcuno per il maggior numero di persone possibile, non importa se santo o demone, basta non essere invisibile, non passare inosservato nel fulmineo passaggio della meteora della nostra esistenza su questa terra e per una storia della quale, prima di quanto si pensi, ci si dimenticherà tutti. Provate a ricordare i presidenti della repubblica, quelli statunitensi come quelli italiani. Ben pochi, sono certo li ricordano con precisione. Figuriamoci i capi di stato, di partito, gli industriali, gli sportivi…
Polvere alla polvere!
Che ce ne facciamo di questo Io, dunque, necessario per non sentirci quel nessuno che alla fine ognuno di noi di fronte al divenire, almeno quello terreno, è?

La ricerca di quel “mio vero io”, la parte significativa e importante della mia vita in questo mondo non è un processo di scoperta, quanto piuttosto una fondazione.
Armati di martello e scalpello stiamo scolpendo il monumento della nostra maschera (in greco antico persona) temporale, un mausoleo della presunzione di un’identità che persista alle ingiurie della storia. Se anche fossimo stati dei Faraoni per onorare la cui salma migliaia di uomini avrebbero dovuto costruire opere di gran lunga superiori agli sforzi di un popolo, ben difficilmente saremo riusciti a sfuggire all’ignominia dell’esposizione della nudità di questo residuo osceno posto sotto una teca a soddisfare la curiosità di mocciosi che annoiati passano oltre cavandosi con le dita il chewing gum appicciato ai denti: ecco dove finisce il Re dei Re.

L’insoddisfazione che si cela nell’angoscia di “non sapere chi sono davvero” non è segno di un’ignoranza ma di una volontà ambiziosa di piegare l’esperienza alla propria ideologia: cercando il mio vero io sono intento a costruirlo in una hybris prometeica.

Cerco qualcosa che non esiste insistendo per volerne affermare non solo l’esistenza, ma ancor più l’importanza.

La nostra vera essenza non è questo, o meglio “quell”Io, ma bensì la nostra coscienza o mente che dir si voglia.

Io preferisco chiamarlo il testimone dell’esperienza che stiamo attraversando in queste vesti fenomeniche. Lo spettatore che dalla galleria ci osserva mentre tutti presi dal film passiamo da una rabbia a un pianto, da una noia a una passione

9782070277896FSQuesto testimone non pensa, non parla, non giudica, non decide… semplicemente affiora. Emerge nel momento in cui non abbiamo bisogno di sapere chi siamo, quando non sentiamo la necessità del nostro io storico e sociale, quando ci siamo persi.
E quando ci perdiamo senza paura, con il piacere, invece, che ci deriva dal desiderio di rimanere nello stato di un felice smarrimento. Chi sa quello che intendo con questa espressione, ovvero chi conosce che cosa vuol dire sentirsi leggero e pieno di vita nel momento in cui si smarrisce la strada è notevolmente avvantaggiato.
Credo che Camus avesse in mente proprio questo quando scrisse La mort heureuse da cui prese poi corpo il capolavoro de L’Etranger.
Perdersi è l’equivalente quotidiano dell’espressione iniziatica del “morire a se stessi”.

image_book.phpNel suo libro Perdersi – L’uomo senza ambiente del 1988, Franco La Cecla ha mostrato come il razionalismo illuminista ha reso tassonomico un paesaggio sociale come quello urbano che, diversamente dalle necessità di controllo degli imperialisti, per le popolazioni che vivono lì risulta essere “episodico” e situazionale, ossia legato al vissuto degli esseri che muovendosi nei luoghi li abitano, ovvero sia li arredano dell’esperienza mentale. Gli spazi e i luoghi nell’esistere (e non nella tassonomia amministrativa) riconducono alle azioni e agli incontri: la via del maniscalco, la casa della vedova, nomi che si trovano ancora nei rari luoghi tagliati fuori dalla spietatezza della Storia caratterizzata dalla nomenclatura bonapartista, dall’astratta razionalizzazione burocratica che ci rende “oggetti” (o soggetti nel senso etimologico di essere “assoggettati”) relativizzando l’esperienza a favore dell’istituzionalizzazione, spingendoci a crederci “Io”.

Dal Essere se stessi al vivere da pellegrini esicastici

Schermata 2015-10-20 alle 19.47.48Eppure è così facile cascare dalla padella alla brace, da una trappola ad un’altra ancora più sottile… Questo capita quando la squalifica della nostra identità storica è spinta dall’affermazione di un fantasma egoico ancor più presuntuoso. Essere sé, coscienza pura è elevarsi al di sopra della mediocrità umana: «Non vedi come sono bello? Sono puro spirito, tutto spirito e nient’altro che spirito: quando muoio profumerò di violetta, proprio come i santi!”

Allora voglio ammonire i ricercatori dello smarrimento attuali e futuri dal non porsi questo traguardo come un obiettivo da raggiungere. Quando si dovesse “riuscire” a perdersi, non si avrebbe fatto altro che arrivare a una meta, denunciando in questo modo la presunzione superstiziosa insita nella ricerca stessa.

Perdersi non dev’essere un punto d’arrivo , ma piuttosto un percorso.

Dimentichiamoci dunque la stessa idea di smarrimento come disciplina o dottrina per soffermarci sull’esperienza vissuta: camminiamo errabondi con l’attenzione al massimo e la mente chiara di un meditatore. Facciamolo, non nei templi tibetani, ma per le vie del nostro quartiere.

Viaggiando con la guida turistica percorrendo la mainstream, il centro storico della città, quello che tutti sanno che devi guardare non scopri il mondo per come si mostra, per com’è; trovi piuttosto quello che ti hanno insegnato che è importante e che per questo devi cercare; trovi quello che ti aspettavi di trovare, ovvero una conferma della tua teoria del mondo in quanto, disponendo solo di “un martello” per ragionare, finisci per essere costretto a vedere ogni esperienza come “chiodo”.

1311249062-4indicazioni_veneziaEssendo difficile immaginare il pellegrinaggio nel quotidiano dei luoghi a noi noti, proviamo a farlo in un luogo esotico noto ai più: Venezia, in quanto questa città è uno dei pochi luoghi ad essere contemporaneamente sospesi nel tempo e ricchi di stimoli estetici è il luogo ideale per sperimentare il vagabondaggio senza orientamento

Perdersi per Venezia vuol dire rifuggire i percorsi turistici – di qui per San Marco, di là per Rialto e dall’altra parte per Piazzale Roma – soffermandoci sulle “corti sconte” di Pratt, nella grandezza in/significante delle piccole cose, del cancello in ferro battuto invece che nel portale della cattedrale.

perdersi prattProcedendo in questo modo gradualmente si diventa consapevoli che il testimone si delocalizza, esce dai confini dello spazio soggettivo, aderisce all’intorno, ai luoghi, alle atmosfere. Dall’idea di possedere un sé al proprio interno si passa a sentire il proprio sé nel percorso. Quella che nasce è una consapevolezza di sé, non più come entità, come soggetto, ma piuttosto come paesaggio.
Siamo nelle tracce che lasciamo, i luoghi sono pieni di noi perché i luoghi stessi sono un momento della nostra anima.

Il sé di chi si perde e “transitorio”, in transito, diffuso; l’Io di chi ha bisogno di sentirsi “qualcuno” è fissato agli oggetti, focalizzato, capitalizzato nella rigidità del cadavere rappresentato dalla sua soggettività.

Rimane il fatto che in questo mondo dominato da forze autoritarie, non si può vivere solo di smarrimento, ma anche di concentrazione. Non è una contraddizione: basta essere consapevoli che quel mondo è una palestra, una simulazione necessaria a portare avanti gli eventi.

Non ci piace, ma ci tocca: siamo esseri erranti, temporaneamente concentrati a imbastire una storia per un bambino viziato.

Ennio Martignago

CC BY-NC-ND 88x31CC BY-NC-N

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Informazioni su EnnioMartignago

Tutto (si fa per dire…) su di me in http://enniomartignago.com

2 commenti su “Il sé come paesaggio

  1. EnnioMartignago
    20 ottobre 2015

    L’ha ribloggato su Ennio Martignago.

  2. Pingback: Il sé come paesaggio | Ennio Martignago

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Questa voce è stata pubblicata il 20 ottobre 2015 da in Articoli, Monografia con tag , , , , , , , , .
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