La Filologia del Cammino

“Dopo morto sarai quel che eri prima di nascere”
(A. Schopenhauer, Sulla dottrina dell’indistruttibilità del nostro vero essere)

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Ogni cultura umana, a qualsiasi livello di longitudine e di latitudine, nel passato, presente o futuro,  si pone il problema del nostro esistere con le classiche tre domande, ovvero chi siamo, di dove veniamo e dove andiamo; le ipotetiche risposte dipendono da tesi, teoremi, postulati che si reggono sulle malferme gambe di esperienze, credenze, convinzioni, insieme allo sfondo che le ha generate, le quali, raggiunto il “focus orbitae”, lentamente si allontanano dall’apice della  realtà presente  per ripercorrere l’ellisse dell’oblio, palesandosi nei testi scolastici o in qualche rinfrescata filosofica alla moda.

Anch’io in queste riflessioni scritte, non ho la presunzione di trovare risposte o proporre soluzioni, conscio come sono della loro transitorietà appena citata, anche perché poco me ne cale di conoscere la cronologia del viaggio. Chi viaggia con una mappa ha bisogno di rassicurazioni che provengono da dati oggettivi (!) e condivisi, o da personali convinzioni di visioni ed interpretazioni della realtà (!!): la vita, così come il moto perpetuo dei pianeti, delle stelle e, pensando in grande, delle galassie, scorre e basta, a prescindere da noi.

Questa interpretazione fatalistica dello scorrere della vita non deve però essere interpretata in modo totalmente passivo: il nostro libero arbitrio è però condizionato da un numero finito di scelte che provvedono a modificare una infinitesima parte del nostro agire comune, creando però delle oscillazioni che, per dirla alla Spinoza, “sub specie aeternitatis” interferiscono quanto un granello di polvere sull’asfalto di una autostrada: nulla.

Ci sono dunque i grandi obbiettivi, leciti e non da raggiungere nella nostra vita che ne giustificano il senso, ci sono quelli quotidiani dei quali spesso neppure ci accorgiamo, che segnano il ritmo circadiamo della nostra vita complessa, come il sorgere ed il calar del sole, almeno per quei fortunati come me, che possono permettersi di vederlo.

Però potrebbe essere tempo per rifocalizzare la mira non tanto sulle partenze e sugli arrivi, ma sul viaggio in sé.

“Come un viaggio per mare, se la nave ha ormeggiato e sei sbarcato per attingere acqua, cammin facendo potrà anche capitarti di raccogliere una conchiglia, una piccola radice, mala tua attenzione deve sempre essere fissa alla nave, devi voltarti continuamente indietro, nel caso il timoniere ti chiamasse e se ti chiama devi lasciar perdere tutto, se non vuoi essere caricato come una pecora legata: allo stesso modo nella vita se ti sono dati non una conchiglia o una radice ma una moglie ed un figlio, nulla ti vieterà di avere la tua famiglia; ma se il timoniere ti chiama lascia perdere tutto e corri alla nave senza voltarti. E, se sei vecchio, non ti allontanare mai troppo dalla nave, in modo da non mancare quando sarai chiamato”( Epitteto, II secolo a.c).

E’ un invito a restare in sintonia con l’essere, con il suo miracolo di esistenza, di non preoccuparci per come le cose siano, ma solo perché sìano, cioè esìstano.

Mettersi ad osservare il miracolo della nostra vita per il fatto che esistiamo come identità fisiche, psicologiche e spirituali.

Questo è il primo passo, il resto viene in automatico.

Antonello Musso

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