Interferenze

“Walk in the mashup side!"

La Scienza dei Paradigmi

m6oYL2MKaK43PzF5-1rM8ZwQue reste-t-il de nos amours
Que reste-t-il de ces beaux jours
Une photo, vieille photo
De ma jeunesse
Que reste-t-il des billets doux
Des mois d’ avril, des rendez-vous
Un souvenir qui me poursuit
Sans cesse
Bonheur fané, cheveux au vent
Baisers volés, rêves mouvants
Que reste-t-il de tout cela
Dites-le-moi
Un petit village, un vieux clocher
Un paysage si bien caché
Et dans un nuage le cher visage
De mon passé (Charles Trenet e Léo Chauliac)

La nostalgia della Verità

Un celebre romanzo di Dan Brown, discusso quanto discutibile come tutti i suoi, Angeli e Demoni, aveva al centro dell’ordito un’antica setta, Gli Illuminati, le cui origini si vorrebbero risalenti a Galileo Galilei.

Ci si riferiva ad un’epoca durante la quale la religione cattolica era al culmine del suo integralismo istituzionale e l’affermazione di principi scientifici era vista il più delle volte come un’eresia.

Era quello della scienza il modello “diverso” se paragonato ad una certezza condivisa nei confronti delle Verità religiose.

Con il passare del tempo, in spregio delle proprie stesse premesse, la scienza ha assunto gli stessi connotati istituzionali della chiesa secolare, e questa constatazione non poteva certamente venire espressa, quanto meno dal proprio interno. Prova ne sia che il “discorso sui fondamenti del pensiero scientifico”, altrimenti detto epistemologia, non avrebbe potuto albergare presso una disciplina scientifica ed è stato ritagliato nell’alveo della filosofia.

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Michael Polanyi

Fa specie che a mettere in discussione la “normalità” di questa idea della scienza sia stato invece, non un sacerdote e neppure un umanista, ma piuttosto un brillante fisico che di nome faceva Thomas Samuel Kuhn, classe 1922. Poco prima un altro medico e chimico anch’esso proveniente dall’Europa dell’Est, Michael Polanyi padre e mentore di premi Nobel (che avrebbe doppiamente potuto meritare lui) aveva messo in crisi il concetto stesso di conoscenza che sta alle spalle del sapere scientifico, affermando che finiamo per ricercare l’apprendimento di qualcosa che tendenzialmente già conosciamo. Questi sviluppi del discorso sulla scienza andavano di pari passo con percorsi simili intrapresi da un austriaco approdato in Inghilterra, Ludwig Wittgenstein, il quale insisteva sull’importanza che la struttura formale e quindi il linguaggio e la proposizione stessero alla base del “dicibile” e, visto che non esiste alcuna proposizione che sia al proprio interno esaustiva e che abbia dei fondamenti indiscutibili, fare scienza rappresenta una pratica più decisionale che gnoseologica: in altri termini quello che la scienza afferma ha necessariamente una quota considerevole di arbitrarietà più che di “verità”.

Non deve stupire che queste matrici riconducano tutte poi ad alcuni filoni del pensiero sistemico e a quello della grammatica generazionale di Chomsky e che a unire tutto possa essere una matrice psicologica comune: la Psicologia della Gestalt. Questo approccio si differenzia da quello meccanicistico di origine pragmatica britannico-statunitense per il fatto che ad affermarsi – vuoi sul piano scientifico, come pure su quello sociale – non è tanto l’individuo o l’elemento che la spunta sugli altri, quanto la configurazione che maggiormente mette d’accordo un ambiente.

Si tratta, cioè, di uno dei primi modelli ecosistemici del pensiero. La Gestalt rappresenta un “blocco finito adattivo”, un Lego di un’impalcatura tendente all’equilibrio evolutivo adattivo.

Sono esempi di Gestalt, il “modello”, il “sistema”, il “pattern”, lo “schema. Un particolare tipo di Gestalt è il Paradigma scientifico, almeno per come lo descrive Kuhn.

Il Paradigma scientifico

Gianfranco Livraghi ricostruisce in questo modo le aspettative che circa due secoli fa la scienza suscitava nella popolazione:

«Nel 1836 Giacomo Leopardi (La ginestra) dubitava con malinconico sarcasmo delle “magnifiche sorti e progressive” – e del “secol superbo e sciocco” di cui si era visto solo l’inizio. Dal punto di vista opposto, nel 1863, Giosuè Carducci nel suo Inno a Satana cantava le lodi di un progresso che a molti faceva paura. La “forza vindice de la ragione” s’incarnava in una delle più stupefacenti e fragorose tecnologie del tempo: la ferrovia. Il trionfante potere dell’innovazione “passa benefico di loco in loco su l’infrenabile carro del fuoco”» (Le ambiguità dell’innovazione — Siamo ritornati al ballo Excelsior?)

Fino al dopoguerra l’unica versione del futuro della scienza era quella di una teleologia necessariamente positiva. Perfino uno come Popper che aveva osato mettere in discussione che il sapere procedesse per dimostrazioni, mostrando a sua volta come fosse invece proprio l’assidua ricerca dell’errore a farla progredire non poteva evitare di portare acqua al mulino del “progressismo”.

A malapena uno come Feyerabend sentiva il bisogno di affermare che al contrario di quanto predicavano i metodologi, lo scienziato poteva essere un artista e in quanto tale dedicarsi alla sua ricerca soprattutto per far colpo sulle ragazze.

Thomas Kuhn

Ebbene, il professor Kuhn a questo punto si spinse oltre e, senza troppo timore per l’establishment, ci mostrò come ogni cambiamento nei modelli scientifici non fosse una logica evoluzione di quello precedente.

Quasi tutte le grandi scoperte assomigliavano a quella di Cristoforo Colombo: pensando di arrivare all’India trovò un nuovo continente e il suo contributo più importante non fu tanto quella scoperta quanto la trasformazione della nostra weltanschauung, della forma che aveva la realtà per l’umanità occidentale (e forzatamente anche per le altre). Parallelamente a quello che andava affermando Levy Strauss con il suo strutturalismo post-saussuriano, Kuhn ricostruì la storia del sapere come il procedere ben diverso da quello progressivo di un cammino diretto a un fine, del razzo diretto alla conquista della Luna, come il saltellare scomposto di una rana, come la mossa del cavallo, come un gioco a dadi.

Quello che più conta è la distinzione fra cambiamenti e rivoluzioni. All’interno di ogni cornice di spiegazione che egli chiamava, appunto, paradigma la scienza consiste in un susseguirsi di un discorso continuo che arricchisce il paradigma delle sue argomentazioni. Si tratta più di un processo ermeneutico, giocato cioè a ridosso della spiegazione ma non della scoperta vera e propria che è di natura euristica.

Ivan Illich

Più in là Ivan Illich nel suo Nemesi Medica ricostruendo gli eventi collegati alla scoperta degli antibiotici illustrava come le malattie che si pensavano debellate solo da questa scoperta, stessero già svanendo per avere consumato il loro destino. Qualcosa di simile si affaccia nella visione del discorso scientifico come espressione del paradigma nel quale agiscono.

Un paradigma è qualcosa che richiede di essere completato dai discorsi che consente di generare al suo interno. Ad un certo punto, tuttavia, comincia a saturarsi fino a rischiare di esplodere. In concomitanza con questa saturazione avviene parallelamente l’inflazione di tentativi paralleli di generare paradigmi alternativi. Questi possono essere molto brillanti,, anche geniali e perfino i migliori, ma solo quello che riuscirà a integrare al proprio interno sia le spiegazioni ai problemi sopravvissuti nel paradigma precedente, sia le soluzioni alle domande che quello non riusciva più a soddisfare potrà prendere il suo posto.

Quando questo avverrà non ci si troverà più di fronte ad un cambiamento o a una “scoperta” ma piuttosto ad una vera “Rivoluzione” che rivestirà un enorme importanza non tanto per gli effetti sulla scienza (in fondo neppure quello di “scienza” è un modello “sub specie eternitatis”), quanto per quelli sulla coscienza dell’umanità di se stessa e dei confini del mondo e del reale attorno a sé.

Ogni ristrutturazione di paradigma è preparata dalla generazione di sotto-paradigmi. Non bisogna mai smettere di creare patterns di visioni del mondo e occorre averne rispetto: quando un apparato di sapere ha bisogno di difendersi con degli apparati di polizia analoghi a quelli dell’inquisizione papista del medio evo è segno che siamo al tramonto di un paradigma e, di conseguenza, di una visione del mondo. Solo l’attenzione per l’espressione di paradigmi alternativi potrà farci sopravvivere.

Quello che Kuhn ci ha insegnato è che quasi mai la risposta si trova, come nel caso dei cambiamenti scientifici, nel luogo dove la andiamo cercando: fra dove cerchiamo la realtà e dove questa si trova c’è sempre uno scarto incolmabile.

Eccoci a vivere come l’ubriaco di quella barzelletta che, aiutato dal vigile anch’esso affannato, cercava la chiave smarrita sotto il lampione. Ad un certo punto i due si siedono esausti ad asciugare il sudore e il vigile chiede all’altro:

«Adesso come farai se non troviamo la chiave?»
«Ah è un bel problema. Non so mica come posso risolverlo»
«Ma non ricordi esattamente dov’eri quando le hai perse?»
«Certo: ero davanti al portone di casa»
«OK. E qual’è esattamente di questi?»
«Ah, no, non è nessuno di questi. È a 50 metri da qui dietro l’angolo»
Al che il vigile sbigottito gli strilla:
»Ma allora… perché diavolo le cerchi qui? A 50 metri e un angolo da dove le hai perse???»
E l’ubriaco, anch’egli alterato:
«Che cosa urli a fare, stupido: lo vedresti da solo se solo aprissi gli occhi.
Sono venuto a cercarle qui perché ci vedo: il solo lampione dell’isolato è qui e per cercarle devo ben vederci, no
?”

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Questa voce è stata pubblicata il 7 giugno 2015 da in Articoli, Monografia con tag , .
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