Cannibali da studio

aberrazione
L’aberrazione nella percezione delle correnti del gruppo
Si pone molta attenzione sugli effetti che terapeuta, conduttore, counselor o formatore può sortire sui suoi destinatari, sia che li si chiami pazienti che clienti, mentre l’enfasi che si pone sull’operatore (d’ora in poi userò questa terminologia volutamente vaga) è di gran lunga inferiore.

Sta di fatto che la popolazione degli operatori dei servizi genericamente definibili “del benessere” sta aumentando di ora in ora e finisce per costituire una popolazione più ampia dei clienti stessi. Si tratta sovente di un mestiere che finisce per cannibalizzarsi, con gli operatori più deboli che diventano clienti di quelli più forti, almeno fintanto che questi rimangono tali.

Questo incipit varrebbe di per sé degli studi ben più profondi di un semplice articolo, mentre io qui mi limiterò ad evidenziare quella che ritengo essere la punta dell’iceberg fra quelle che personalmente destano in me una maggiore preoccupazione, forse solo perché più ricorrente alla mia attenzione, anche se qualcosa mi fa sospettare che non si tratti affatto di una coincidenza personale.

Capri espiatori

L’estendersi dei nuovi bisogni di cura del sé estranei alla nozione di terapia sta generando situazioni inconsuete fino a pochi anni fa.
Intanto l’ambiente dei gruppi non era così diffuso e dove lo era ci si occupava soprattutto di pratiche del corpo e molto meno di quelle della mente o anima che dir si voglia.
La principale preoccupazione era costituita dalla manipolazione dei propri seguaci da parte dei cosiddetti “guru”. A parte fenomeni macroscopici come quello del reverendo Jones, possiamo citare il caso di Osho, un filosofo agli albori del cui insegnamento poteva essere considerato una mente aperta ed indipendente che riusciva a trasmettere coinvolgimento e partecipazione in modo eccellente.
Contrariamente a quanto si è portati a credere, il più delle volte è proprio il bisogno di guru a creare i guru. Per la legge del gioco di “sponda” fra i due prodotti del sistema è in genere il terzo, il mezzano, a trarne beneficio. Non è verosimile che una moltitudine come quella che aveva attirato a sé Rajneesh potesse anche soltanto immaginare di manipolare scientemente il proprio maestro e neppure che questo avesse interesse a propria volta a fare degenerare la propria creatura per degli ipotetici profitti di cui non aveva ragionevolmente bisogno. Anche le autorità locali che vedevano di cattivo occhio un modello di riferimento contrastante con quelli della propria società si sarebbero sollevate se il fenomeno non avesse costituito un sistema concorrenziale al loro, cosa — anche questa — molto lontana dai principi del primo Osho.
Il punto è proprio questo: «Perché un maître à penser di tale portata avrebbe dovuto scendere a compromessi con il proprio stesso pensiero che aveva generato la sua fortuna?»
Potremmo ragionarci su a lungo e ognuno di noi potrebbe avere delle idee ben precise in proposito, ma prima di tutto dovremmo distinguere fra i paladini delle cattive intenzioni (di Osho o dei cittadini) a tutti i costi: questi dobbiamo perderli già qui perché il discorso sarebbe morto ancor prima di iniziare (a questo proposito si può vedere il bel servizio RAI e l’intervista realizzata da un grande Enzo Biagi al maestro arancione).

Quello che invece mi capita di vedere quando frequento gruppi di insegnamento sono due grandi tipologie di conduttori. La prima è quella dei seguaci, in genere rigidamente abbarbicati ai precetti per come sono stati formalizzati dai ministri del “culto”, tutti intenti a recitare il messale (non importa se di una religione o di un’arte marziale) senza metterci niente di proprio che non sia manifestazione di fedeltà ed eccesso di zelo, al punto tale (ed in alcuni casi è capitato) da arrivare a scomunicare lo stesso autore del pensiero. Costoro non rischiano nulla in prima persona, salvo conflitti di parrocchia e diaspore fisiologiche.

L’altra è invece costituita da coloro che elaborano un pensiero proprio. Costoro il più delle volte hanno dei modelli di riferimento, si potrebbe dire, parafrasando, degli ideali dell’Io. Un Io ipertrofico, paradossalmente aiuta il conduttore almeno quanto è pericoloso per i seguaci (perché qui non si tratta più di clienti), ma la loro storia raramente arriva lontano in un ambiente dove la concorrenza è forte. Occorre esprimere anche una soluzione originale e la cosa è tutt’altro che facile. Il fatto è che la maggior parte dei conduttori di gruppi o organizzatori di scuole, a prescindere dalla profondità della loro formazione più o meno clinica, sono in buona fede, spesso hanno molte competenze tecniche relazionali e una cultura ampia in molte discipline e dottrine a cui accedono il più delle volte con lo stesso atteggiamento usato per le tecniche: si imparano razionalmente, logicamente e nozionisticamente per quanto si faccia proprio il rifiuto per quelle tecniche.

Il canto delle sirene del gruppo

Per una volta vale la pena recuperare i vecchi insegnamenti e tornare a parlare di Transfert, ovvero di quella riproposizione di dinamiche proprie delle relazioni primarie nel contesto emozionale di apprendimento. Freud ci insegno qualcosa che divenne ancora più chiaro con la seconda cibernetica e con il costruttivismo, ovvero che l’osservatore — nel nostro caso il trainer o il clinico — quanto meno contribuisce pesantemente a definire la situazione osservata. Chiamava questa situazione Controtransfert e per lungo tempo fu un totem di molti clinici non soltanto psicanalitici, per poi essere caduto abbastanza in disuso come molte delle cose di cui si parla troppo che finiscono per stufare e non essere più di moda.

Solo colui che abbia fatto i conti con le proprie debolezze senza essersi fatto l’illusione maniacale di averle del tutto superate può gestire il setting in maniera prospettiva, ovvero guardando la situazione con entrambi gli occhi, quello dei fantasmi dell’altro e quello dei propri. Ciò non significa affatto “aver inquadrato imparzialmente la realtà” che si muove nel teatro della relazione, ma soltanto avere una posizione meno soggetta a cadere nei tranelli.

La dimensione del gruppo si muove tipicamente almeno su due piani:
Vi è quello logico, discorsivo e dialettico, dove il nome delle cose corrisponde alle cose stesse: insegnamenti, storie, pensieri, sentimenti…
Sotto questo se ne muove un altro ben diverso, quello in cui il nome che si dà alle cose fatto di miscugli confusi di istanze felici e infelici, di amore e odio, gioia e disperazione a cui è impossibile dare un nome diverso da ambivalenza: desiderio e repulsione, salvezza e dannazione.

Nel gruppo, fra il piano linguistico formale e quello “psicotico”, ovvero estraneo alla realtà condivisa, non per una malattia, ma per la regola stessa su cui si basa la realtà, ovvero quella di essere arbitraria e limitata rispetto alle infinite realtà possibili, si genera un’aberrazione percettiva che fa sembrare sicuri i passi che si stanno compiendo. Convinti di camminare sulla superficie solida del lago ghiacciato, ci si finisce dentro senza rendersene conto.

Ricordo un barone della psichiatria che alle riunioni nella comunità di psichiatria adulti ripeteva ad un giovane profondamente disturbato da poco migliorato grazie al paziente lavoro degli operatori l’invito a fare uscire la sua parte terrifica che l’avrebbe sistemata lui. Alla lunga lo sventurato finì per assentire e quando “la cosa” venne alla superficie seminò terrore fra tutti gli astanti, primo fra tutti il barone da “Silenzio degli Innocenti” che non seppe proferire di meglio che: “M…ma questo è il pazzo più pazzo che abbia visto mai!”.

Purtroppo in troppi gruppi relazionali, a prescindere dalla formazione degli operatori (anche se a molti di loro mancano il più delle volte le dure esperienze parzialmente protette che venivano garantite un tempo), manca la strutturazione adeguata ad affrontare l’Es del gruppo. Proprio come ognuno di noi fa quotidianamente i conti con le proprie psicosi, quasi sempre mitigate e compensate dal contratto con il reale socialmente condiviso, anche i gruppi hanno le loro psicosi. Non è vero che ci siano gruppi ciclotimici e gruppi schizoidi: queste condizioni sono sempre co-presenti, assieme a molte altre note e non note.
Tuttavia, va in voga dire che il tuo inconscio faccia sempre bene e ne sappia più lui di te: e questa superstizione assolutamente priva di fondamenti non manca di creare ricorrenti guai. Chi ne fa le spese non manca di essere il membro del gruppo stesso, ma quello che ne può portare dietro più pesantemente gli effetti è proprio il conduttore, che si trova a rischiare in misura proporzionalmente maggiore quanto più espone in prima persona la propria intimità.

Sempre più frequentemente nei gruppi si è soliti appellare il proprio conduttore con termini simili a quello diffusissimo di “maestro”. Inizialmente il conduttore lo rifiuta garbatamente sdegnato. Poi lo deride con auto ironia. Poi se ne dimentica, salvo accorgersene quando non viene più chiamato così. Da allora farà di tutto per recuperare il terreno perso. Questo capita quasi regolarmente con un’infinità di varianti alla Berne di questo gioco. Qualsiasi sia il gioco, esso non potrà finire che nello stesso modo:

    ***Quello sarà l'inizio della fine!**

Ogni incontro che intercorre da quel momento corrisponderà ad una pena di Sisifo in più per retrocedere fino a che non ci sarà altra speranza che sciogliere il gruppo, abbandonare il lavoro, fare i conti con un duro scacco esistenziale.

I gruppi sono come le Sirene che cercano con richiami suadenti di portare con loro fra i flutti i marinai. Ma mentre questo il più delle volte sono protetti dai tappi nelle orecchie, il nocchiere, il nostro tragico Ulisse, non lo è: se per sua fortuna non è stato già reso sordo dalla dottrina che ha sposato, dovrà farsi legare all’albero maestro soffrendo pene dell’inferno perché quei richiami al narcisismo che alberga in ognuno di noi turbano e parecchio. Più egli pensa di esserne superiore e più gravi sono i rischi che correrà!

Il gruppo vuole fare proprio il nocchiere, non per cattiveria ma per desiderio di eternità ed ubiquità. Il gruppo non vuole morire al termine del tempo concessogli. Genera un piano di realtà trasversale e fantasmaticamente contemporaneo a quello “normale”.

Le Sirene del gruppo che seducono il conduttore
Le Sirene del gruppo che seducono il conduttore

Prognosi fauste e infauste

Il problema del salvatore che casca nell’acqua del lago ghiacciato è quello che in un suo celebre lavoro Mara Selvini Palazzoli chiamava “gioco sporco”, ovvero un doppio legame che non si può esplicitare senza procurarsi una durissima ferita narcisistica.
Hai solo pochi secondi a disposizione prima di finire prigioniero per sempre del gelo e se in quel tempo non schizzi fuori subito non ti salvi più.

Accettazione e resistenza (in questo caso non resilienza) devono fare il paio alla compassione nel conduttore. Quando avrà imparato ad accettare e a resistere è possibile che apprenda anche che la dualità insita in questa alternativa è illusoria ma che questa è solo una parola se non lo si è scoperto sulla propria persona, sulla propria pelle. E questo non lascia nessuno indifferente.

È possibile che a questo punto egli scopra che esiste qualcosa di diverso che aleggia nei gruppi e li può proteggere nel caso che il conduttore accetti di essere solo uno strumento perennemente ingannato dal proprio Io, dall’infantile bisogno di essere importante, bravo e diverso. La sua sola bravura sarà al massimo la leggerezza e la trasparenza, forse la resilienza.

Egli è interprete di campi morfici che si esprimono per suo tramite, sapendo distinguere quando queste correnti appartengono al magma dell’Es e quando a quell’altra cosa che non ha un nome né una forma sensibile, ma è sempre con noi. Volete chiamarlo inconscio collettivo, quanti, meme, autopoiesi…?
Io preferisco correnti angeliche e quest’immagine di flussi velati mi aiuta e non smetto di ringraziarla anche se so che è solo mia e di pochi altri: loro, non la dottrina, il mio io e neppure il gruppo e i suoi membri che peraltro partecipo e rispetto, in alcuni casi amo, è il mio compagno ed è quello che raccomando di conoscere nella forma che preferiscono a quei conduttori che rischiano di perdersi, prima che sia troppo tardi.

Poi sarà come lavorare la terra o cardare la lana: faticoso ma fluido.

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