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Una bambina mi diceva che non riusciva ad accettare cose come il paradiso o l’anima. «Perché non riesci e invece riesci a credere nella fetta di torta o negli One Direction? Non voglio convincerti di niente, ma dimmi solo, per te la luce è reale? E, se sì, perché?»
Candidamente e impulsivamente mi rispose «Perché c’è, la vedo!».
«OK. Dov’è?» E lei mi punta il lampadario acceso: «È lì!»
«No» faccio io «Quella non è la luce, è la lampadina. È quella che fa la luce, ma della luce puoi dire che c’è solo perché ci vedi, ma anche vederci non è “la luce”. Perché dunque non puoi dire lo stesso, non dico del paradiso, che quella è una faccenda che serve per farci immaginare l’inimmaginabile, giusto o sbagliato che sia, ma dell’anima, ad esempio?».
Questo esempio lei lo capì subito e lo accettò con entusiasmo.
La stavo tenendo in braccio e fra noi in quel momento c’era una condivisione resa più intensa dal contatto dei corpi. Questo contatto ci avvicinava anche nell’animo e siamo soliti chiamare questa vicinanza “affetto”. Eppure, dove sta questo affetto? Nel contatto? No, il contatto è proprio come la lampadina paragonata alla luce.
“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” titola un celebre romanzo di Raymond Carver. Per un bambino è molto più intuitivo comprendere concetti come quello di anima che non altri che pure usiamo quotidianamente come quello di “Amore”. È un topos letterario e cinematografico la scena dell’adolescente che chiede al padre o alla madre come si fa a comprendere quando si è innamorati davvero. In genere, il genitore è solito rispondere: “Quando lo sarai te ne accorgerai. Non avrai dubbi”. Eppure le cose non sono così semplici.
Ancora adesso ci si domanda: è il contatto, ad esempio il bacio, che me lo fa comprendere? quella luce fra i nostri occhi? oppure la vicinanza nel nostro sentire e nel nostro dire?
Non lo sapremo mai davvero, anche se l’abbiamo sempre saputo e se la storia dell’umanità, seppure sotto forma di espressioni diverse, non ha mai smesso di parlarne.
Esistono in definitiva differenti espressioni e livelli del contatto. Essi partono da un “io” che quando si congiunge fisicamente diviene un “noi” e in taluni casi finisce per generare un terzo o ancora di più che estende questo noi. Ce lo portiamo dietro con estrema intensità anche in assenza di contatto e talora ancora più intensamente proprio perché quel contatto, quell’unione, quella “identità estesa” è idealizzata, ha una densità fantasmatica.
Allora, perché, proprio come per luce e lampadina, non possiamo pensare che quel “tra” che identifica l’unità fra la mia persona e quelle dei membri della “persona-famiglia” non sia un’identità densa, una “realtà”? Qualcuno potrebbe dire: «Perché non ci faccio niente con quel vuoto». Ma se non fosse così. Se fosse solo la nostra interpretazione a posteriori a qualificare la causa, come se dicessimo come lo scienziato della celebre barzelletta: «È provato che la pulce, privata delle zampe… diventa sorda!». Esistono molte esperienze che per evitare il conflitto con le religioni delle comunità scientifiche sembrano avere bisogno di teorie di supporto come quella dei Quanti. Eppure il mondo ha funzionato con molte rappresentazioni non comprovate dalla scienza andando avanti millenni senza di loro. E oggi, dall’Omeopatia alla Radionica, al Reiki, fino alle Costellazioni Familiari sono tante le pratiche da cui un’infinità di persone dice di trarre beneficio nonostante la scienza neghi la veridicità di questi fatti attribuendoli alla suggestione.
Tuttavia, dal mio punto di vista, la religione è quella per cui i fatti che la gente reputa tali non sono veri e neppure reali se non hanno una legittimazione all’interno della dottrina: questo è la scienza oggi! Dal Buddismo all’Antroposofia, lo spessore di questo spazio, questo vuoto-pieno che sta Tra i nostri corpi ha avuto un valore estremamente rilevante, nonostante le spiegazioni della scienza e le strumentalizzazioni degli interessi socio-economici non l’abbiano mai accettato.
Tuttavia, questo non è un problema per il vuoto: è solo e soltanto un problema da risolvere per la scienza. È un problema della scienza e non delle persone!

Quando serve dire che è “morfico”

Ci sono mondi che possono esistere solo nella teoria.
Questo non è sinonimo dell’impotenza delle teorie, ma piuttosto un limite della nostra conoscenza antropomorfica.
Il nostro sapere è un’abitudine: non solo e non tanto il sapere scientifico, di cui è bene sapere che esistono diverse versioni delle quali la superstizione di una “comunità scientifica” è quella meno accreditabile in quanto analoga alla dimensione “secolare” delle religioni, ma soprattutto quello di senso comune della quale, alla fine, si fanno tutti forti grazie al richiamo a quell’evidenza dietro la quale il più delle volte si nascondono voluttà e terrori, ma oltre alla quale non riusciamo ad andare.

Rimane il fatto che la nostra vita noi la pensiamo in questo modo e non per come potrebbe essere secondo le diverse teorie. Noi abbiamo una teoria per l’atomo ma non possiamo vederlo, toccarlo, assaggiarlo… Anche nei suoi confronti ci comportiamo come in certi breviari del catechismo dove Dio viene dipinto come un vecchio dai capelli lunghi e la barba bianca: quell’atomo di cui abbiamo la scultura a Bruxelles è solo una rappresentazione formale che ben poco ha a che fare con la sua “identità”. Se non conoscessimo gli effetti che grazie alla teoria atomica ci è stato consentito di utilizzarlo, probabilmente resterebbe una semplice favola teoria. Tuttavia, dobbiamo ricordare che non tutto quello che può mostrarsi con degli effetti sulla nostra vita, non esiste, anzi! E anche quello che potrebbe il più delle volte si scontra, non con la sua inesistenza, né con la sua inefficacia, ma molto più semplicemente con la nostra ignoranza riguardo agli effetti stessi, ovvero al fatto di sapere che cosa potremmo ottenere.

In questo periodo è un continuo pullulare di gente che si richiama alla Teoria dei Quanti per dire che la scienza materialistica è limitata. Eppure è più facile dirlo così che non andare a tirare per i capelli una teoria che in fondo ha senso soprattutto nell’ambito in cui la si applica. Forse che se parlo di Dio citando il bosone o il quanto il mio discorso si fa più autorevole? Abbiamo veramente bisogno di tirare in ballo la scienza per tutte le cose che facciamo? Non ci accorgiamo abbastanza quanta fatica faccia da sola questa povera scienza a stare in piedi in mezzo ad una comunità che si definisce scientifica mentre fa i conti con decisioni legate a doppia mandata ai poteri economici e temporali in genere che di scientifico non hanno nulla?

Se invece ci riferiamo alla scienza come metafora, ovvero come sistema per darci una rappresentazione degli eventi che sia condivisa nella fantasia dei più e che non vada in conflitto con il pensiero diffuso mi può stare anche bene, ma a questo punto, almeno per gli ambiti di cui mi occupo, trovo più adeguata la rappresentazione che dà Rupert Sheldrake con la sua teoria della Risonanza Morfica. In ambito psicologico sociale trova un correlato molto vicino nella teoria dei campi di Kurt Lewin che a sua volta si riconduceva ai teorici tedeschi della Gestalt (che a loro volta ispirarono molta della grammatica generativa di Chomsky cui si ispira buona parte della Programmazione Neurolinguistica: pensa un po’ a come tutto è alla fine collegato!).

Sheldrake descrive un mondo dove la “mente” non si trova all’interno degli organismi, ma piuttosto in degli spazi, non necessariamente fatti della materia di cui siamo soliti immaginare lo spazio, dove si trovano dei “campi” che possiamo raffigurarci analoghi a quelli a cui attingono i nostri cellulari quando diciamo “non c’è campo”. In maniera non così lontana dall’idea di memetica di cui abbiamo già discusso proprio qui, gli organismi (virus compresi) acquisiscono nel corso del processo evolutivo delle “abitudini” che è cose se “risuonassero” all’interno dell’intera specie condensando le nuove acquisizioni come, per esempio, una nuova capacità di resistenza in un virus, un nuovo apprendimento collettivo. Queste risonanze si generano ogni qualvolta un membro attinge alla memoria collettiva della specie, sintonizzandosi con i membri passati della specie contribuendo a sua volta all’ulteriore sviluppo della specie. I particolari campi detti “campi ricordi” non sarebbero effettivamente “ospitati” nel cervello, ma piuttosto in una particolare dimensione di informazioni al cui accesso potrebbe essere specializzato, almeno per una parte, il cervello.

In questo modo possiamo immaginare che ogni insieme complesso ed organizzato di attività di un individuo biologico, comprensivo anche delle sue idee, dei sogni, delle fedi…, possiede una sua struttura: questi stati mentali e queste attività possono essere trasferiti da un individuo all’altro, non solo tramite istruzioni o meccanismi materiali, ma soprattutto grazie al meccanismo di risonanza morfica.

Come è immaginabile, una teoria simile è ben lungi dal venire condivisa dalla comunità scientifica, nonostante l’indubbio credito accademico accumulato nel tempo da uno come Sheldrake, tuttavia risulta il modello scientifico che meglio può servire da riferimento per quanti sentano il bisogno di fare pace con la scienza nel momento in cui praticano tecniche più disconosciute in vari settori, dal mindfulness alle costellazioni familiari, dai fiori di Bach alla radioestesia o alla pranoterapia. Questo potrebbe almeno in minima parte rendere meno inaccettabile il fatto che così tante persone che non possono essere certo definite tutte plagiate trovino benefici in dei metodi che non hanno l’approvazione dell’apparato normativo scientifico ufficiale.

Resta il fatto che per noi questa prospettiva risulta quanto mai utile per dare un supporto ideale ed immaginario alle nostre pratiche che talora viviamo con incertezza, come se, in maniera simile al Barone di Münchausen, ci elevassimo dal suolo tirando su dal codino il corpo cui è attaccato il braccio che lo solleva.

Verso una teoria morfica multilayer del contatto

“Finora ho dovuto evitare di colorare dentro i contorni: fare il contrario sarà molto più facile” (Person of Interest)

Pensate che se una squadra di tecnici avesse installato un impianto di telefonia mobile nella Toscana del 1500 del film di Benigni e Troisi, dove però non esistevano né cellulari, né telefoni, esisterebbe la telefonia mobile? Sì… e no.

Sì perché la rete per comunicare ci sarebbe, no perché mancherebbero i terminali; quello che più conta sarebbe che nessuno saprebbe che farci con le onde magnetiche in quanto non potrebbe immaginare questo utilizzo — e probabilmente neppure la necessità, in quanto solo l’uso degli strumenti il più delle volte ci ha permesso di immaginare che potremmo desiderare qualcosa che era fuori dal nostro campo di pensiero.

Noi percepiamo con i nostri sensi e accettiamo qualcosa di cui conosciamo gli effetti solo quando entra in contatto con la nostra percezione e per questo ne diveniamo consapevoli.

Guardati attorno: fra la tua persona e le mura della tua stanza, oltre all’arredamento ed eventuali persone, animali, piante… quello che percepisci non è che… “vuoto”.

Eppure sai che non è del tutto vero. La “temperatura”, non è vuoto e permea di sé l’aria attorno a te che, pure essa, non è “vuoto”; la luce non è vuoto; neppure il suono lo è: pensa a quanto ne abbiamo intorno! Quando gli apparecchi elettrici erano meno schermati, bastava accendere un macinino del caffè per vedere i disturbi allo schermo televisivo e sentire gracchiare gli altoparlanti. Chi riesce a ricordarsi bambino e magari aveva un adulto che sapesse dargli una spiegazione (all’epoca non ce n’erano tanti) è possibile che ricordi quanta difficoltà provasse ad immaginare questa trasmissione di onde magnetiche: “Come fanno ad esserci se io non le vedo e non le tocco?”

Abbiamo bisogno di questo “contatto” con cose e persone. Come colui che ha avuto gravi ustioni tali da annullare le percezioni cutanee, impazziremmo senza contatto cenestesico. Qualcosa del genere vale per il contatto acustico o per il contatto visivo. Il fatto di vivere in un’esistenza sempre più astratta ci spinge a frequentare ambienti dove ci fanno ri-sperimentare la dimensione del contatto, primo fra tutti quello interpersonale.

Nei confronti di questo tipo di contatto siamo pieni di tabù, a partire da quelli omofobici, per arrivare a quelli di tanti professionisti, come gran parte degli psicoterapeuti che considerano anti deontologico toccare il paziente, mentre ormai gran parte dei medici, pur non soffrendo di questi pregiudizi, preferiscono di gran lunga evitare ogni ulteriore contatto con il corpo del malato che non sia quello con gli esiti degli esami di laboratorio. Senza contatti facciamo fatica ad esistere come persone. Per questo sollecitiamo chi si prende cura degli altri esseri umani, non solo a favorirlo, ma a farlo percepire come naturale e prezioso.

Su questo tema vale la pena di ritornarci in futuro, ma rimane da osservare che, se il contatto corporeo ci crea dei problemi ancora più fantasiosa ci risulta la possibilità di provare contatti diversi da quelli sensoriali con oggetti animati e inanimati.
Per quanto dovrebbe a mio avviso sembrare paradossale, per la maggior parte non lo è che noi si dia consistenza a numeri o segnali esattamente come fossero cose (ad esempio, quando facciamo un bonifico telematico), ma si rifiuti che attorno a noi possano esservi “presenze” di natura non oggettuale, almeno nel senso che comunemente attribuiamo alla parola.

Non abbiamo difficoltà ad attribuire “realtà” alle emozioni nonostante non si possano toccare e, sempre nonostante non possiamo toccarle, le attribuiamo al sistema nervoso solo perché esiste una concomitanza fra le due cose: eppure non diremmo mai che un carciofo esiste nella mente perché senza quella non sentiremmo la puntura delle sue spine!

Immaginiamo — non chiedo di ammetterlo, ma solo di immaginarlo — che tutto attorno a noi ci siano emozioni, proprio nello stesso modo in cui ci sono onde magnetiche, luce e suoni. Qualcuno dirà: “Ma di che parla questo?  Sappiamo tutti che le emozioni sono processi viscerali espressi da comportamenti che si originano soprattutto dalla struttura limbica del cervello mediata dalle funzioni corticali, come hanno dimostrato in molti fino ai più recenti lavori di Siegel”. Va tutto bene. Mi convince poco, ma non ho problemi ad adeguarmici. Tuttavia, resta un problema: se parliamo di “torta” possiamo benissimo spiegare come si fa una torta o come si mangia una torta e quindi avere una teoria scientifica sulla genesi causale della torta, ma quel che per me più conta è che abbiamo una sostanza della “torta”, ovvero la “torta” è qualche cosa che sta là senza la quale non varrebbe la pena domandarsi come si è generata, ma quel che è peggio non potremmo neppure mangiarcela.

Allora, le emozioni… dove stanno? Perché, se non esistono al di fuori delle parole, per quale ragione ne parliamo? E se invece esistono con i criteri materialistici della definizione di esistenza, come faccio a toccarle, vederle, udirle? Se invece questa mia osservazione risulta pretestuosa, per quanto mi riguarda siamo costretti ad ammettere uno status di esistenza che esula dalla percezione sensoriale materialistica per come siamo soliti intenderla. Le emozioni possono essere “campi”? Oppure “materia dei campi”?

È presto per dirlo, ma noi lavoriamo con le emozioni, abbiamo tecniche comunicative e sensoriali in grado di crearle e modularle, a partire dalla musica, il teatro, la letteratura, l’arte figurativa, la cinematografia, la danza, il sesso… Tutto questo senza aver mai visto, sentito, toccato un’emozione, ma solo i suoi correlati. Ovvero, riguardo alle emozioni, ma a chissà quanto altro, abbiamo sviluppato una tecnica basata sul “come se” dalla quale abbiamo fatto risalire delle spiegazioni dalla struttura casuale a cui abbiamo attribuito il valore di scientificità essenzialmente per la superstizione di una causalità originata da una pratica.

Qualcuno di voi ha mai usato Photoshop o programmi simili per il trattamento delle immagini? In queste applicazioni ci sono delle cose che si chiamano livelli o, in inglese, layers. Sono come dei lucidi di quelli che si usavano per i proiettori nei corsi di formazione tanti anni fa. Se tu disegni un qualcosa su un lucido, qualcos’altro in un altro e così via, sovrapponendoli potrai avere un’immagine composta di tutti queste parti di immagini. L’esempio più semplice è costituito dalla sovrapposizione di una slide di una figura con una che costituisce lo sfondo che è nota a tutti quelli che usano PowerPoint, Keynote o programmi simili per le presentazioni. Quello che è più interessante è il fatto che se io volessi cambiare lo sfondo o una parte dell’immagine non sarei costretto a rifare l’intero disegno: mi basterebbe modificare quella parte; rimuoverla; aggiungerne un’altra. Tutto questo in una prospettiva insiemistica strutturale che diventa subito sistemica nel momento in cui, invece che usare come esempio Photoshop, facessi riferimento a parti che, in luogo di venire sovrapposte, interagissero fra di loro influenzandosi e modificandosi reciprocamente: degli ecosistemi.

Questa prospettiva ci permette di rappresentarci una teoria delle prassi del contatto come tecnica evolutiva e quindi anche di cura interpersonale che, invece di escludersi a vicenda, creano delle possibili sinergie. Con queste anche delle mappe tali da poterci domandare se non si stia facendo confusione nell’operare in maniera contrastante su diversi livelli oppure con tecniche che intervengono inconsapevolmente sullo stesso livello.

Per fare un esempio, il massaggio opera su un livello molto prossimo al corpo fisico, tuttavia genera degli effetti di campo più ampi difficili da codificare. Al contrario, una tecnica come quella cranio-sacrale lavora su un riequilibro ad un livello intermedio, “viscerale” che induce effetti sia su un livello corporeo che emozionale, inducendo verosimilmente un effetto su campi morfici più estesi. La visualizzazione creativa, come il sogno da svegli guidato, può generare effetti sul corpo a partire da campi di intervento molto più sottili che spesso non siamo neppure in grado di mappare con precisione. Un lavoro di gruppo può essere un accumulatore e un generatore di trasformazione molto più esteso (in termini di campo) e molto potente, ma anche più difficile da percepire e governare in termini individuali.

Per lavorare bene, poi, è importante che questi livelli non vengano visti in competizione fra di loro, come se uno fosse più potente dell’altro, ma in collaborazione. Il taumaturgo dev’essere sempre più il regista che sa coordinare artisti e tecnici raffinati che spesso diventano più famosi di lui, ma che hanno drammaticamente bisogno di un integratore che sappia scegliere e guidare i livelli dell’espressione finale del lavoro. Una sinergia virtuosa che arrivi fino all’anima dell’evento.

Attualmente abbiamo soprattutto due livelli dominanti (almeno per il sentire comune) di rappresentazione fisica: la materia e l’energia. Stanchi del materialismo, le varie new age degli ultimi secoli hanno dato molto credito all’energia e non è raro sentire affermazioni come quella per cui la materia è un prodotto dell’energia, come se non fosse vero anche il contrario e come se questa fosse una scoperta dell’ultima ora. È meno frequente invece sentire dire che anche la coscienza (per altri la mente) è una dimensione almeno dello stesso livello di dignità delle altre due e che essa, oltre a venire influenzata da quelle, è in grado anche di influenzarle, se non addirittura di generarle.

Non lo si dice perché avremmo poco da dire e, secondo la settima legge logica di Wittgenstein, per questo dovremmo tacerne: ma se così fosse l’umanità avrebbe dovuto rimanere muta. Quindi, errori per errori — o piuttosto, rappresentazioni per rappresentazioni — domandiamoci “Di cosa parliamo quando parliamo di coscienza”, o meglio ancora, “che cosa muoviamo quando muoviamo la coscienza” (dei singoli e dei gruppi). Per farci questa domanda sarà bene prendere in considerazione la realtà di uno statuto fisico della coscienza che comporta anche una percezione e un’azione nello spazio “tra” noi. Comprendere che in questo “tra” esercitiamo delle forme di azione e di contatto. Che il tra è popolato e ci tocca in continuazione, che ci ispira e il più delle volte ci conduce. Che questo tra potrebbe essere anche il luogo dove è riposta quella “cosa” che siamo soliti chiamare in conscio e rappresentarci all’interno della nostra persona, ovvero del nostro corpo.

Apriamo un territorio di pensiero e di ricerca riguardo alle politiche del contatto che comprenda e nobiliti il valore del tra come elemento trasformazionale transpersonale.

Questa è la porta di accesso per una prospettiva metacostruttivistica del contatto interpersonale nei campi morfici umani.

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