Potremmo sottotitolare l’intervento di Massimo Manzari, fondatore della società di consulenza Mind-Mercatis, che per quanto orientate alla persona sempre con le tecnologie ha a che fare, qualcosa come “In Media stat virtus”. L’idea di media risente soprattutto dell’influenza che le è stata posta dal lavoro di Herbert Marshall McLuhan. E sicuramente fra il nostro “tra” e il loro “media” ci sono molte affinità, non fosse che il contatto nel “tra dei media” è costituito dalle tecnologie, di qualsiasi materia siano fatti i loro sogni, mentre quello tra le anime o quello che si rifà alla teoria dei quanti ha una dimensione più sottile.

Eppure, già dal telefono e forse dalle poste siamo costretti a gestire il lontano – o “remoto” come lo si sente spesso definire ai nostri giorni – ci ha costretto a scendere a più miti compromessi con la rinuncia al contatto e l’accettazione dei suoi più svariati surrogati, fino alla ricostruzione ologrammatica. 

«Chi è senza social media scagli la prima pietra!»

E c’è chi usa Linkedin, chi Twitter, chi Facebook e così via, poco cambia: abbiamo comunque sentito la necessità di colmare questo vuoto che ancora esisteva nella distanza spaziale, da un lato, e temporale dall’altro.

E se Massimo arriva ad auspicare “l’incontro tra persone e ad apprendere a decidere come poter continuare il viaggio della vita”, non bisogna dimenticare il compito che ci spetta dopo aver inventato il Golem: quello infilare le lettere cabalistiche nella sua bocca, ovvero fecondarlo della dimensione del significato che, per quanto stupido possa essere, attiene ancora all’erede del linguaggio, ovvero a noi esseri umani. Forse è il caso di rifondare lo spazio “inter-mediatico” senza demonizzarlo né adorarlo, di modo che possa continuare a cibarmi anche quando non ho la forchetta come me semplicemente usando le mani.

Ennio Martignago

Mi è capitato oggi, guidato da una amichevole segnalazione, di leggere il tema dell’Inverno che la rivista Interferenze ha sottoposto ai lettori.

Concordo che “siamo affamati di contatto e bisognosi di silenzio”, e “popoliamo fino all’inverosimile il pianeta di prodotti del nostro agire”.

In particolare però la domanda “E se il contatto fosse possibile proprio attraverso il sistema connettivo di uno spazio invisibilmente denso (di anime, pensiero, etere…) che fa da link fra di noi?” mi ha ricordato che un mese fa circa, in un gruppo chiuso di Linkedin, sollecitai una conversazione sul tema della differenziazione tra due social network.

Il titolo del post era: “Linkedin non è Facebook: ovvero qui stanno i buoni e là i cattivi? Qui si lavora e la si gioca? Ma ne siamo sicuri?”

10892adIn quel gruppo di Linkedin scrissi che ritenevo che almeno il 50% degli iscritti al gruppo abbia una propria presenza su Facebook dove guarda, scrive, segnala e scambia informazioni e quanto ritiene d’interesse suo o dei suoi amici: prioritariamente condivide e “sbircia”.

Facevo anche notare che in Linkedin le persone, benché sollecitate a conversare e a condividere contenuti, ciò non avveniva, e quindi chiedevo ai partecipanti al gruppo: perché ciò non avveniva?

Come stimolo d’incontro e conversazione tra i partecipanti del gruppo elencai dei motivi, chiedendo di aggiungerne altri e magari fare una votazione tra noi per capire i vari interessi.

Ecco di seguito i motivi che ho elencato in quel post:

  1. Linkedin è un posto serio, si può trovare lavoro, quindi non esprimo opinioni perché potrebbe influire sul mio percorso professionale futuro.
  2. Nessuno dice niente, perché devo parlare io?
  3. Qui si parla solo di “cambia lavoro” e “cerca lavoro” e quindi se servirà mi darò da fare…
  4. Non trovo nulla di divertente
  5. Beh qui ho come “amici” Richard Branson che seguo, insieme ad altri, per sapere come sarà il futuro, perché devo scrivere io quando ci pensano loro?
  6. Non ho capito a cosa può servire il gruppo
  7. Ho ottenuto il mio obiettivo, perché partecipare ancora a questo gruppo?
  8. Mi sono iscritto perché pensavo di trovare spunti interessanti che però non ho trovato
  9. Crescita professionale raggiunta, nuovo lavoro trovato, stop.

Citai anche che se dovevo capire il futuro che verrà, è più interessante leggere Alejandro Jodorowsky, Dane Rudhyar o altri, e stare alla larga da chi cerca di venderci il suo futuro attraverso proclami pubblicitari mascherati da divulgazione di pensieri.

Sempre in quel post affermai anche che qualcuno finalmente inizia a confermare che non siamo in crisi, ma in un momento di cambiamento epocale, assolutamente dai più sottovaluto.

Continuavo affermando che è proprio in momenti di cambiamento epocale come questi nostri tempi che la formazione dovrebbe fornire strumenti per essere consapevoli, e quindi elaborare gli stati di cambiamento in essere. Un apprendimento continuo per permettere alle persone di evolvere e mantenere uno stato d’equilibrio, un pensiero critico, costruttivo e creativo che sia aperto allo scambio, alla conversazione e alla creazione di comunità di pratica.

E quindi chiudevo il post richiamando le persone all’uso dei gruppi su Linkedin come momento di comunità di pratica, di scambio e conversazione, perché in alternativa è solo effimera presenza, nei gruppi, per dire “ci sono anche io”.

E fu il silenzio tranne una persona, su quasi 100 partecipanti, con cui inizia uno scambio che continuò fuori dal gruppo, dopotutto mica si può disturbare chi dorme….

Quindi in questo esempio abbiamo Linkedin, ovvero un luogo ove si presenta la propria immagina “seria e professionale”,e quindi dove si racconta che da solo hai fatti grandi cose e hai grandi saperi, direi che conosci alcune tecniche, ma sopratutto hai un network di referenze virtuali da utilizzare.

E poi Facebook, ovvero un luogo ove ti devi divertire, passare del tempo, conversare del serio e faceto, condividere pensieri e amenità, mantenendo però uno stile perché ci hanno raccontato che le “risorse umane” vanno a vedere il nostro profilo su Facebook per capire chi siamo, al di là del fatto che nel CV mettiamo che ci piace la montagna e la musica e siamo tipo istruiti.

Semplificando potremmo affermare che questi in due esempi, ma ve ne possono essere altri, Linkedin rappresenta il lato “sacro” della mia immagine pubblica “professionale”, dove devo essere mostrato, comprato e venduto nel mercato del lavoro, mentre Facebook, è il lato “profano” della mia immagine pubblica “privata”, il mio spazio privato che apro a chi decido e dove sono libero di condividere pensieri e divertimenti.

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Se una persona proietta due, o più, sue immagini diverse, in due o più luoghi virtuali diversi, in mezzo, tra questi luoghi, pur virtuali che siano, che essere umano c’è? Ad esempio oggi vi è il rischio che in mezzo, tra un essere umano e l’altro, ci sia sempre più un algoritmo, un anonimo amico o follower o un troll anziché un altro essere umano con la sua consapevolezza di persona.

Rammento che la tecnica ha come effetto principale la mediazione dell’uomo verso e nel suo ambiente e, dopo aver quindi favorito la nascita della burocrazia come modello di mediazione asettica tra gli uomini, ora la tecnica sta mediando sempre più l’uomo con l’uomo.

In conclusione, se è certo che oggi abbiamo un sistema connettivo che può fare da link tra noi e che questo sistema può essere costituito dalla tecnica o dai social è vero anche che è urgente riaprire il dialogo e l’incontro tra uomo e uomo.

Perchè la tecnica da elemento di mediazione umana deve diventare come la forchetta, se non l’ho con me uso le mani e continuo a cibarmi.

E quindi al di là del sistema connettivo continuo ad incontrarmi tra persone e ad apprendere come poter continuare il viaggio della vita.

Massimo Manzari

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