imageNel 1986, in pieno periodo di ebrezza da ricchezza, opulenza, degli yuppies-ideali, Michel Serres descrive la claustrofobia che si origina da un mondo sempre denso, sempre più pieno. Noi eravamo tutti impegnati a riempire i nostri vuoti di cibo, sesso, droghe, lavoro, carriera… e non ci rendevamo conto di quanto spazio esistenziale stessimo sottraendo alla qualità della nostra vita. Serres fa un’istantanea sul fatto che “La claustrofobia mi coglie all’aperto” e che molto del nostro apparente spazio libero è in realtà anche quello presidiato, occupato, riempito.

Ancora oggi si sente definire il buddismo in termini di “nihilismo”. Questo fatto ci dovrebbe far cogliere come la nostra cultura operi un’equivalenza fra “vuoto”, che nel buddismo è una dimensione di realizzazione, e il nulla che per noi assume un significato mortifero.

All’esame di maturità del liceo l’esaminatore mi chiese quale fosse il contrario del dualismo e a me, dato che non mi piacevano le facili categorizzazioni, mi venne da rispondere che non esisteva un “contrario”. Lui disse che era il monismo offendomi facilmente il destro per obiettare che 1 non è “il contrario” di 2. Lui non fu contento della risposta, ma tant’è… sono sopravvissuto anche alla sua sufficienza e oggi avrei potuto aggiungere che quel tipo di lettura era di tipo dialettico o dualista. Insomma, tante masturbazioni mentali tipiche del modo di ragionare per categorie delle accademie.

Serres, che di questi luoghi è uno dei complici meno perdonabili, ha avuto l’attenuante di farci capire, fra i suoi tanti doni speculativi, come il “Tra” ci definisca.

Come avrò modo di illustrare, il “Tra” ci parla, segna i nostri apparenti contorni, ci pensa (lo si sente durante le Costellazioni Ipnotiche, ad esempio), ci offre il miraggio illusorio di un’identità “contenuta” nel nostro essere pieno e maschera il fatto che la nostra mente non è “finita”, localizzata nel contenitore, ma condivisa, perché come non è vero che 1 è il contrario di 2, il pieno non è di certo più vivo del vuoto, come la luce non è assenza, ma presenza intensa, per quanto priva di densità e di mole, perlomeno come siamo soliti intenderla.

Così, se per molti Dio si manifesta come luce, la mancanza di questa illusione soffocante che è la pienezza potrebbe identificarsi nel luogo dell’Essere, la dimensione dell’illuminazione. Forse una parola potrebbe essere più semplice: la mia libertà si trova attorno. Per questo amo questo intorno pieno di presenze e coscienza senza densità.

Ennio Martignago

Cina limo

di Michel Serres

Rimpiango che tu non sia potuto venire. Avrei voluto vedere con te queste risaie, passare con te lungo i campi di grano, di lino o di soia. Avresti toccato, stupito, questi tronconi di gelso, ti saresti accoccolato davanti alle castagne d’acqua, avresti sorriso delle canne, dei bambù, saresti stato soddisfatto di vedere come viene coltivata l’altra faccia del mondo. Perché devi essere morto già da quindici anni? Ti avevo rimpianto anche nel Mali, sulle sponde del Niger, dove le alte negre innaffiano i pomodori con le zucche, mentre i barcaioli fanno scivolare le piroghe, contadini d’acqua, nell’ansa del fiume, come noi sulle sponde della Garonna, come la nostra famiglia, da tanto tempo.
Ma qui, in Cina, avrei dovuto portare Augustin, il guardiano delle chiuse, tuo padre, mio nonno. Rimpiangevo già che fosse morto durante il mio primo esilio a Parigi, quando portavo a spasso la mia nostalgia lungo il canale Saint-Martin, e la coltivavo parlando di lavoro con i guardiani delle chiuse che vivevano in pieno boulevard, sotto ponti eleganti, a due passi dai caffè. Gli sarebbero piaciuti i canaletti d’irrigazione, le barche da carico, la lentezza dell’acqua limacciosa. La sua ridente passività, così come il tuo gusto del lavoro compiuto, sarebbero stati appagati. Noi tre avremmo capito questa mescolanza d’acqua e di limo di cui siamo impastati anche noi. Gente di pianura e di inondazioni, gente di sbarramenti [barrages] e di gabarre [gabarres], gente di dighe e di alluvioni, agricoltori di paesi umidi, come la nostra famiglia, da tanto tempo. Noi tre avremmo aperto una strada verso quella fine dei tempi da cui essi vengono e verso cui noi andiamo.
Torna con me per la terra, padre. Vieni, avo, per le acque. Tornate entrambi per il fango e la creta, e per dire se dico giusto.

Tutto è consumato.
Occupato, sfruttato, riempito. Fino al ciglio, all’orlo, fino al limite. Lo spazio è pieno, i luoghi sono pieni, ogni settore è pieno. Pieno di grano, pieno di riso, pieno di soia, di gelsimagei, pieno di lino lungo la
pianura. Altrove direste che la terra è ricca, qui non potete farlo: densa, satura, stipata, zeppa, essa soltoca. Io soffoco. La claustrofobia mi coglie all’aperto. Il grano, il riso o la soia sono già, da soli, pienezza. Nessuno perde spazio o tempo a coltivare ciò che non riempie lo stomaco di chi mangia. Qui: serietà, non lusso. La frutta sarebbe un margine, un supplemento costoso. Qui io so che il frutto è peccato della carne la colpa una carenza, un frutto, una fruizione. Riso e grano sono dei massimi, escludono tutto il resto. Un dio agricoltore passato di là avrebbe di certo tolto i meli. Occupano posto, fanno lavorare per quasi nulla, per un po’ d’acqua zuccherata che non riempie la pancia. È ammesso soltanto ciò che attinge la pienezza. Il riso, il grano. Si lascia posto solo all’acqua, all’acqua che nutre a sua volta lo spazio d’uso alimentare. Essa delimita lo spazio colmo, attraversa i luoghi densi, frastaglia la saturazione. Questi canali, questi laghi rappresentano lacune? No. Sono coltivati anch’essi. Le castagne d’acqua ne invadono la superficie torbida, le anatre bianche vi passano mangiando le erbe del fondo, di quando in quando qualcuno vi pesca. Occorrevano però delle strade. Perché strade, che avrebbero sprecato altro spazio? Dappertutto case senza passaggio, il contadino si seppellisce nella densità. Non ci raggiungerà mai, non lo raggiungeremo mai, preso, piantato in quest’agricoltura spessa. E la sua uscita è strozzata: stretta, larga quanto il piede. Vi passano file di equilibristi con bicolli di sbieco sulla schiena o fardelli pesanti e voluminosi che dissimulano i corpi. Di là passa solo il necessario, il sufficiente. Bisogna sapere dove mettere i piedi, esattamente uno davanti all’altro, qui e là; perché sul ciglio del sentiero soffocato, destra e sinistra, alternati a ogni lunghezza di piede, sono piantati dei germogli. La strada, interrotta, si strozza, ci strozza. Nessun sentiero della conoscenza va verso il coltivatore cinese. Sconosciuto, sotterrato nel limo, dall’inizio. Si può immaginare che quasi un miliardo di uomini siano tagliati fuori da noi e da tutti, rintanati dietro le piante, quando il sentiero svanisce? L’agricoltura qui cresce come un’inondazione. Non parlo della messa in acqua delle risaie, ma della messa a coltura della terra. I cigli dei sentieri sono piantati, i passaggi, pendii quasi verticali, le scarpate, i terrapieni sono piantati, l’incoltivabile è coltivato. L’agricoltura ha coperto tutto, come un maremoto. È la totalità. Così positiva, così razionale, così adattata che si può parlarne solo in termini negativi. Ha soppresso tutto davanti a sé, escluso tutto e scacciato tutto. Trionfa assolutamente e senza riserve, trionfa persino di chi la fa. Mai in vita mia ho avuto tanta paura della ragione. Questa occupazione totale della terra è razionale. Questa ottimizzazione nell’ordine del dimostrabile. Nemmeno coloro che hanno definito razionale il reale sono riusciti ad arrivare tino a questo punto. Non avrei mai creduto, io, figlio di terra e d’acqua, d essere atterrito un giorno da un’agricoltura. Il positivo è così pieno, così compatto che se ne parla solo al negativo: niente margine, niente lacuna, niente passaggio, niente mancanza. Niente perdita, niente traccia. La frangia, gli avanzi, il terreno incolto, lo spazio libero sono scomparsi. Niente resto, niente vuoto, niente storia, niente tempo. L’occupazione senza resto riempie il delta, le piane alluvionali. Nell’intrico delle irrigazioni uscite dallo Huang-he, dallo Yainytse, dai loro tributari. Orbene, nelle colline di loess il riempimento ricomincia. Senza perdono. Va oltre, se possibile. Sulla pianura di limo gli argini di terra erano modesti e le cavità poco profonde. Giusto quel che occorre perché l’acqua scorra. Qui il lavoro ha scolpito il rilievo. L’agricoltura s’adattava al suolo; ora modella i profili. Non soltanto terra nel senso dell’aratura, ma terra nel senso planetario. Ciò che si crede dato ai contadini [paysans], il loro paese, viene qui costruito e disegnato; meglio ancora fabbricato. Anche noi sappiamo emendare l’orizzonte, noi del Gers o della Toscana, fare una tavolozza di toni e di curve per i pittori futuri che le metteranno in bella copia, ma non abbiamo mai ricostruito colline, ritagliato valli, non abbiamo mai giocato a Dio Padre, né smosso il sottosuolo. Qui il coltivatore fa del genio civile da millenni, ha finito, fin da subito, quel lavoro che noi cominciamo appena, dal dopoguerra, con i bulldozcrs. Ha rinnovato la faccia della terra a immagine dello Huang-he, il suo dio. Le curve di rilievo, le linee di maggior pendenza, la carta geografica razionale escono dal suo lavoro, non sono lì dall’alba del mondo. Il reale è razionale per ottimizzazione e nel suo aspetto, nel gelo pietrificato delle sue trasformazioni. Anche là, niente scarto. Niente errore, niente mancanza, niente resto, niente perdita. La suddivisione è la migliore e la pendenza ottimale, l’altezza del rilievo non eccede il sufficiente. Non soltanto il piano è pieno, ma il mantello, la superficie obliqua, il volume raggiungono la perfezione senza lacuna. L’assenza di mancanza passa a tre dimensioni. L’inutile in piano, scolpito. Non conoscevo la vecchiaia, io non immaginavo che cosa poteva significare una fine prima d’aver vissuto in questo scenario, a cui siamo presumibilmente promessi, condannati. Qui il termine di ciò che chiamiamo storia è acquisito da fnigliaia d’anni. Resta l’affermazione della ragione.”

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Michel Serres, Distacco, Sellerio editore Palermo, (86) 88 — Pagg. 13–15

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