renzoLa questione delle Professioni Non Regolamentate (PNR) porta a grovigli sempre più contorti. Fra questi  quello degli organismi accreditati per certificare i professionisti.

In realtà neppure questa è una garanzia, ma solo un puzzle in più di un RisiKo che si gioca a colpi di figurine e punti qualità.

Come psicologo queste cose le ho viste 30-40 anni fa e non è che oggi non ci siano: sono solo più mascherate e soprattutto legali. Una storia tutta italiana insomma che come tutte le storie italiane è bene non snobbare sdegnosamente perché la macchina burocratica funziona così.

Certo che occorre essere parecchio motivati per attraversare tutte queste – spesso discutibili – forche caudine per arrivare a poter combattere al fine di difendere una professionalità che sarà comunque poi massacrata da un fisco più costoso che equo e altre amenità lobbistiche.

La faccenda tuttavia è atavica e si sta trasformando in una guerra fra poveri. È comprensibile la frustrazione degli psicologi, soprattutto dei più giovani che hanno speso anni e denaro per risicare un pezzo di carta che certifichi le loro competenze (spesso ottenute lottando con unghie e denti contro commissioni dallo stile anch’esso quanto mai “nostrano”), che rischiano di vedersi, non tanto rubare il lavoro quanto appaiare a mestieranti usciti in quattro e quattr’otto senza dovere sudare, né dimostrare nulla.

corsoResta il fatto che è una guerra fra poveri. Intanto, ci sono in giro psicologi che del lavoro hanno più fantasie che esperienza, per non parlare del fatto che il loro successo con i clienti il più delle volte non viene misurato su quanto somigliano a Freud, ma casomai su quanto parlano come Donna Letizia del giornale di moda o come il test di Facebook.

Resta ancora il fatto che esistono anche dei counselor che hanno sudato sangue e lacrime per arrivare ad essere bravi per poi essere esposti a cause da parte di tutti, compreso i clienti che dopo essere cresciuti succhiando alla mammella del professionista giocano a dire al giudice che, anche se nutriva, non era latte.

Nell’azienda dove lavoravo si intendeva che “gli psicologi” erano quelli che facevano i colloqui di selezione del personale quando i pochi laureati in psicologia erano fra quelli che si occupavano di formazione. Da almeno un decennio, non solo non devi essere psicologo per fare quell’attività, ma neppure esserlo è sufficiente per poterlo fare. Per potere fare colloqui di selezione devi essere certificato da una società che sia a sua volta riconosciuta da qualche organismo riconosciuto da un riconoscente verso qualche “riconoscitore”.

Oggi anche questa situazione è superata: avendo a che fare con professionisti discutibili e in mancanza di una vera cultura delle risorse umane, la selezione e il reclutamento lo fanno i computer a cui gli imprenditori, imboccati da top manager unti al punto giusto, fanno più affidamento che ai consulenti.

Faccio una profezia, e sono certo di non essere lontano dal vero, immaginando che presto salteremo anche questa fase dei test introducendo lentamente, non appena per ragioni di sicurezza la mappatura del DNA dei cittadini verrà sdoganata, la pianificazione attraverso il genoma. Se questo non accadrà sarà solo perché la cultura e la società occidentale sta dirigendosi verso un sempre più rapido declino assieme alle sue strutture socio economiche, imprese per prime.

Se chiamassimo “mafia” tutto ciò saremmo passibili di accuse pesanti non solo da quegli organismi, ma soprattutto dalla Mafia stessa, quella vera. Fra un po’ sarà lo stesso quando si userà il termine “lobby”. Tanto vale chiamarli Organismi e Commissioni di Certificazione, ben sapendo di che cosa stiamo parlando. In definitiva, se una di questa società certifica uno scalzacani questo avrà tutti i diritti per lavorare diversamente da uno psicologo freelance che non abbia contribuito ai balzelli dei certificatori.

Se così va il nostro paese abbiamo poche scelte: intanto una risposta alle urne che in più di quarant’anni non mi risulta siano mai arrivate, perché questo è il pensiero dei nostri concittadini; rassegnarsi e farsi certificare cercando di entrare anche noi nel sottobosco; trovare un altro paese dove vivere che non abbia già i suoi professionisti che fanno questo lavoro (alquanto improbabile); fare un altro mestiere…

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“Lascio pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe a capo all’in giù, nella mano di un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. (…) e dava loro di fiere scosse, e faceva sbalzare quelle teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura” (I Promessi Sposi)

La cosa più stupida che potremmo fare, invece, è quella di prendercela con i nostri concorrenti come facevano i capponi che Renzo Tramaglino portava – peraltro inutilmente – in dono all’Azzeccagarbugli, ognuno di loro convinto che le proprie sofferenze dipendessero dall’altro prigioniero, il solo essere a cui era consentito di guardare.

Si pensa che Certificatori, Ordini, Ministeri, Comunità Scientifica… consentano delle garanzie ai loro potenziali clienti, ma non è così. Proprio come il mercato, anche nelle professioni la libertà di scelta e anche la libertà di definire i gruppi di certificazione sono le sole garanzie che possono essere fornite.

Quando entriamo in un ristorante certificato da Slow Food, ad esempio, non ci troveremo ad avere una vera garanzia che quel posto ci piacerà, ma le probabilità che questo accada saranno superiori che entrando nella prima untuosa rosticceria etnica di periferia. Probabilmente anche un centro commerciale farà da selezione a che qualsiasi poliambulatorio possa abitare fra le sue mura: per tutti costoro i soldi contano, ma non bastano e il filtro principale non sarà un oscuro burocrate amico del giaguaro, ma la clientela stessa. Non è certo il meglio, ma almeno il meno peggio.

Nei fatti sono proprio pochi i gruppi professionali che mostrano una cultura di verifica e di comunicazione, ma se le cose stanno così è perché in questo status quo sarebbe inutile.

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Un giorno le cose potranno cambiare, ma questo potrà dipendere molto meno dai governanti, dagli organi istituzionali o dai professionisti stessi di quanto invece sarà possibile proprio grazie ai clienti stessi. Dobbiamo passare, come avvenne non così tanto tempo fa per la ristorazione, da un mercato spartito fra locali di lusso e botteghe volgari, ad uno customizzato proprio dai gruppi di consumo: quelli per “aristocratici”, quelli per “voraci”, ma anche quelli per salutisti, quelli per creativi, quelli per curiosi e così via.

La libertà è la sola garanzia che abbiamo e questa è possibile solo in ragione di quanto ci impegniamo a conoscere e a comunicare meglio.

Ennio Martignago

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