panicoIl panico è  il terzo livello emotivo dopo la paura e l’angoscia. Si fa derivare l’etimologia linguistica dal dio Pan, divinità greca il cui nome deriva da paein (pascolare). In realtà il termine venne poi espanso in tutto, perché secondo la mitologia, egli rappresentava lo spirito di tutte le creature naturali. Assai permaloso con chi lo disturbava, manifestava la sua iracondia con urla e grida altissime che terrorizzavano i pastori arcadici e, talvolta, anche lui stesso, inducendolo alla fuga.

Secondo la visione comune, il panico si scatena quando, superati i primi due livelli, la mancanza di una leadership, il progressivo dissolvimento di una ipotesi solutiva ad esempio di fuga, o altri fattori scatenante, l’individuo percepisce che solo una reazione immediata a discapito degli altri, può forse salvargli la vita.

E’ rimasto negli annali Il 30 ottobre 1938 a New York quando la popolazione venne gettata nella disperazione da uno scherzo radiofonico ideato e condotto dall’attore Orson Welles. Una trasmissione di musica leggera fu bruscamente interrotta e drammaticamente venne annunciato che invasori extraterrestri provenienti da Marte stavano accerchiando la città; una possibile via di scampo si trovava ancora a nord, ma questa, verosimilmente, sarebbe stata chiusa, di lì a poco, dall’avanzare degli extraterrestri. Gli effetti furono disastrosi: in pochi minuti cessarono di funzionare i trasporti pubblici, gli ospedali, numerose stazioni di polizia e dei Vigili del fuoco… I funzionari preposti a questi servizi, al pari di un milione di Newyorkesi si erano precipitati a piedi o in automobile in direzione nord per sfuggire all’accerchiamento. Si ebbero morti, feriti e ingenti danni. Orson Welles se la cavò per il rotto della cuffia dichiarando che aveva reso un “grande servizio all’America rivelando quanto essa fosse vulnerabile ad un attacco nemico” ed evitò il carcere. In questo caso l’elemento scatenante fu l’annunciata, progressiva chiusura dell’unica via di fuga possibile, che scatenò inevitabilmente la percezione di intrappolamento, responsabile dello scatenarsi della crisi. Paradossalmente l’assenza di una soluzione avrebbe probabilmente indotto una organizzazione del gruppo, magari anche solo un atteggiamento para-catatonico, di trinceramento o di attesa, ma difficilmente una reazione immediatamente disordinata ed illogica.

Durante l’incendio delle torri gemelle, non tutte le persone si gettarono dalle finestre, ma solo una piccola percentuale a testimonianza della presenza di leader nei gruppi o di altre possibili, ipotetiche vie di fuga (le scale) o i piani superiori, esaurite le quali non restò che il salto nel vuoto. Tale comportamento collettivo è similare in ogni situazione in cui prevalga la percezione di mancanza di prospettive, sia in luoghi chiusi che in quelli apparentemente aperti. la reazione della massa di persone che iniziano a spingere, come nella tragedia in Germania (Love Parade di Duisburg agosto 2010) in cui diciannove ragazzi ad un concerto persero la vita per tentare di fuggire verso l’unica uscita, un lungo tunnel in muratura, è la stessa che si può verificare quando i pellegrini che attraversano un ponte in processione, improvvisamente avvertono una minaccia che sbarri loro la strada e si spostano verso altre direzioni.panico2

Il fenomeno del comportamento delle masse in situazioni critiche non è cambiato nel corso dei millenni.  Durante una situazione di tensione, i cervelli passano da un lavoro de-sincronizzato e singolo ad una progressiva sincronizzazione con gli altri del gruppo, iniziando con una reazione strettamente emotiva ad una fase razionale (specialmente da parte degli uomini) che tendono a soluzionare il problema. In una seconda fase si alternano disperazione e raziocinio, con uno squilibrio progressivo verso la parte istintiva che diventa comune; durante questa fase è più che mai necessaria la presenza di un capogruppo a cui fare riferimento: dalle sue reazioni (in assenza di fattori precipitanti esterni) il gruppo si può mantenere unito o disunire in modo caotico: in questa seconda ipotesi si passa alla terza fase, quella del “si salvi chi può” che diventa ingestibile: le persone utilizzano solo il software di sopravvivenza celato nel cervello più antico, che permette all’animale di combattere o fuggire. Per questo motivo l’architettura delle strutture atte ad accogliere migliaia di persone aveva indotto modifiche nella progettazione e costruzione degli edifici: tipico esempio fu il circo Massimo a Roma che, occupato in ogni ordine di posti (250.000) presentava decine di uscite ed entrate lungo tutto il perimetro.

Ruoli molto importanti li detengono, la gestione dell’informazione e la memoria virtuale.

Uno stato di catastrofe può essere facilmente contenuto se viene fornita una informazione credibile, sia pure grave: l’effetto diluente del tempo offre spazi a possibili soluzioni ed organizzazioni. I mass media offrono per colpire l’emotività della gente, immagini e notizie per  lo più negative: nei terremoti si soffermano sugli edifici crollati o sui rottami fumanti di un aereo, visioni di morte e distruzione alle quali apparentemente non facciamo più caso, visto che tali informazioni ci vengono propinate sempre all’ora di cena e non interrompono né il pasto né la digestione o il sonno notturno. Ma una parte del nostro cervello vigila ed immagazzina. E poiché i mezzi audiovisivi (TV o Web) son particolarmente totemici, viene facile associare immagini a notizie e situazioni. Quindi anche solo la previsione di un “veggente” su un prossimo terremoto, fa trascorrere alla gente le notti in macchina o fuori città perché vengono risvegliate immagini (virtuali) immagazzinate nel tempo e, in assenza del filtro della corteccia cerebrale, si deformano ed assurgono a verità assoluta. In seguito anche i tentativi di porre rimedio con l’intervista all’esperto di turno quando la situazione emotiva è fuori controllo diventano patetici, specialmente se il soggetto interrogato è un perfetto sconosciuto all’opinione pubblica o peggio ancora quando più esperti in contrasto fra loro, blaterano nei talk show: le polemiche con idee divergenti fanno decadere la fiducia nei personaggi.

Essenziale inoltre è il fattore di coerenza verbale/non verbale. In una  situazione di alterazione emotiva la parte antica del cervello umano, quella di cui fa parte l’amigdala per intenderci, non ascolta solo i comunicati (la cui interpretazione spetta al cervello conscio),  ma legge i segnali non verbali sia statici che dinamici. Una notizia rassicurante sostenuta da una mimica che tradisce paura o terrore, verrà immediatamente percepita come falsa, così come un annuncio di tranquillità o di calma effettuato in modo stentoreo da un militare con un mitra imbracciato risulta controproducente ed  incoerente, e può scatenare reazioni di panico incontenibili. Terminologie non appropriate celano conclusioni opposte: dire “state calmi” implica necessariamente la presenza di un pericolo; “non c’é nulla di cui preoccuparsi” indica chiaramente che il pericolo quantomeno è in agguato. Errori che portano spesso a far precipitare situazioni già in bilico. Molto meglio affrontare il problema in modo tranquillo, con i giusti gesti ed il tono di voce adeguato, senza minimizzare ma senza enfatizzare, coordinando il verbale con il non verbale, lasciando speranze. panico3

Effetto diluente

Il disastro della centrale giapponese di Fukushima è stato tenuto in vita anche artificiosamente per scopi strumentali: nel caso specifico fino alla decisione referendaria dell’abolizione del nucleare; in realtà gli effetti a medio/lungo termine della fuga radioattiva persisteranno, invariati, per molto tempo, nella popolazione e nell’ambiente, ma saranno emotivamente così diluiti da passare sotto silenzio: oggi chi ne parla più? Dopo l’iniziale “moriremo tutti” immediato, c’è il “morirà qualcuno” a distanza di qualche mese seguito dal pensiero dell’ineluttabilità dell’evento che riguarda inevitabilmente “gli altri”dopo qualche anno. La gente continuerà a morire con lo stesso ritmo, ma il problema sarà sentito solo più dalla popolazione colpita a cerchi sempre più centrifughi.

Musso Antonello

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