Screenshot_2013-01-19-12-03-44Nel complesso palcoscenico delle relazioni, quasi sempre individuiamo due attori principali: l’Io e l’Altro; per “Io” intendiamo tutte le interpretazioni possibili di questo soggetto date dalla psicologia, dalla fisiologia, alla visione spirituale dello stesso o, piu’ semplicemente, dal suo insieme globale come persona. Per “Altro”possiamo offrire una decodificazione ugualmente complessa con un radice comune: “extra ego”, cioè al di fuori di me, nella dicotomica errata supposizione che anche l’Inconscio sia fuori di noi. Non ci poniamo infatti altri problemi: focalizziamo la concentrazione su un flusso di informazioni alternate a senso unico.
In realtà è una nostra supposizione quella di crederci inconsciamente gli elementi fondamentali del dialogo, essendone probailmente i comprimari o solo figure assai secondarie sullo sfondo: ciò che a noi appare come “sfondo” è nella realtà l’elemento fondamentale della relazione, cioè tutto ciò che esiste tra i due interlocutori è relazione.
Proviamo ad immaginarci nello spazio profondo, protetti dalla tuta spaziale, a galleggiare nel vuoto; e proviamo ad immaginare un incontro con un alieno non umanoide, dotato magari di intelligenza ma assolutamente impossibilitato ad aprire un qualunque canale di qualsivoglia comunicazione con noi e noi con lui. Nella nostra illusione di dialogo, tentiamo di creare i presupposti di una relazione basilare, magari basata su segnali o semplici gestualità, ma il mondo del “tra” ce lo impedisce non essendoci le minime condizioni comuni e condivise.
Idem naturalmente quando parliamo di dialogo interno: siamo assolutamente in balia del brodo mentale nel quale siamo immersi e dai suoi condizionamenti legati a stati d’animo, emozioni, ormoni, malattie e quant’altro: ed a seconda si tratti di un brodo di “giuggiole” o un “acido” borsh, la relazione si avvia ad esiti ben diversi.
Quando dunque sostengo che è il mondo del “tra” che ci condiziona in qualche modo la vita, intendo dire che il nostro mondo di collegamento “in ed out” dipende principalmente dallo sfondo al quale noi ci adattiamo e non viceversa; e quando crediamo di avere cambiato la scenografia è solo perchè la stessa ce lo ha permesso, mettendoci in condizione di scegliere una strada piuttosto che un’altra.
Dunque il nostro libero arbitrio è condizionato dalle realtà oggettivate, come il nostro corpo detta i tempi della nostra vita, dalla nascita alla morte, “de la quale nullu homo vivente pò skappare” (S. Francesco, Cantico delle Creature).
Che fare dunque?
Essere vigili per poter cogliere l’attimo, “state attenti e vegliate, poichè non sapete quando sarà quel momento” (Marco, 13,33-37)
Ecco dunque perchè spesso si dice che i momenti per un cambiamento non sono maturi: pur intuendo, una delle due parti in gioco, le potenzialità di una relazione, spesso non si approda ai risulti sperati, in quanto il mondo del “tra” ce lo impedisce, offrendoci obbigatoriamente una cosa del quale temiamo di essere sempre a corto, il tempo.
Antonello Musso

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