L’origine delle scienze

Schermata 2015-02-02 alle 11.10.22Ne La terra senza il male Umberto Galimberti osserva che esiste un sapere antecedente alle psicologie e alle filosofie.
Esso è racchiuso nelle religioni.

Quando eravamo giovani ci veniva insegnato che nell’antichità l’uomo era come un bambino che credeva a qualsiasi favola per ingenuità, ignoranza o infantilismo dell’umanità. Oggi, fortunatamente, questo pensiero, questo sì semplicista e infantile, con cui un certo positivismo cercava di trasmetterci l’idea di una storia progressiva e teleologica, rivolta cioè ad una specifico fine che andava ovviamente nel senso dei possessori della cultura, viene messo in crisi, anche se resiste ancora pervicacemente.

Le religioni sono molte cose, non una soltanto.

Gia Aristotele distingueva fra un sapere normativo, facilitato e trasmesso con ingenua sicurezza che chiamava essoterico il cui fine era quello di venir usato per semplificare le questioni alle grandi masse, ed uno esoterico, accessibile a chi poteva porsi le domande più profonde essendo disposto, sia ad accedere alla difficoltà dell’elaborazione dei simboli, sia a tollerare la forte incertezza della condizione umana e la provvisorietà di una conoscenza fondata su più o meno cinque sensi.

Schermata 2015-02-02 alle 11.10.02È questo l’impianto concettuale su cui si sono formati i saperi e le scienze odierne.
Detto in termini più sofisticati, le epistemologie traggono origine dall’assetto concettuale delle religioni, in quanto radice delle culture umane, dove sono riposte le domande ultime che ci portano a cercare senza sosta e a sviluppare quel pensiero che Aldo Gargani ha definito « una paura che si è data un metodo », senza peraltro riuscire a mascherare il fatto che il sapere che ne è derivato sia privo di fondamenti; orfano della verità.

Modelli epistemologici nelle religioni

In tutte le religioni, proprio come nelle filosofie, hanno coabitato Pattern, Modelli, Gestalt o Weltanschauung di tipo diverso e spesso le culture umane sono cresciute su questo tralcio in una relazione di reciproco influenzamento.
Ad alcuni fra noi potrebbe fare effetto pensare che, non solo le idee dei filosofi, e con essi psicologi, sociologi, economisti… gli studiosi dell’umanità, insomma, ma gli stessi scienziati dei saperi cosiddetti “esatti” perché fondati sulla simbologia numerica, non possono ritenersi estranei a queste influenze.
Partiamo dall’alternativa che ci appare più semplice ed evidente, quella fra quanti credono che non esista altro al di la di quanto appartiene al dominio del reale, quanti credono in un al di la e in un divino e quanti, invece, semplicemente non credono o affermano di non sapere. Si tratta di tre atteggiamenti mentali profondamente diversi. I primi due, quello dell’ateo e quello del credente basati su una certezza che chiamiamo – alquanto impropriamente per ragioni di provvisorietà – fede; il terzo, seppure con due accezioni diverse, agnostico. Le accezioni si riferiscono al fatto che l’affermazione di non conoscere esprima un certo disinteresse o una volontà di ricerca che porta a distinguere fra una figura indifferente o pragmatica ed una esistenzialista talora spinta al confine del misticismo più profondo con un intenso senso del sacro.
Tutte e tre queste accezioni sono poi sensibili di tre varianti decisive ed epistemologicamente addirittura più importanti del credere o meno.
In poche parole, che si sia atei, credenti o agnostici, si finisce per far risalire tutto ad un principio unico da cui derivano le forme del molteplice, oppure pensare ad una molteplicità di figure più o meno limitate e provvisorie che seguono percorsi, logiche o criteri differenti e relativamente indipendenti; oppure ancora, e questa variante può applicarsi ad entrambi i casi, che siano tutte espressioni di uno stato più generale (ad esempio “la pienezza del vuoto” o “l’amore” delle religioni più recenti) che non si identifica in entità, anche se può generarle od esservi apparentato.
A ben pensarci l’articolo potrebbe chiudersi qui, lasciando ad ognuno di voi di ripercorrere i casi di ogni combinazione. Tuttavia, so di per certo che per molti anche se scrivessi pagine e pagine sarebbe impossibile farli convinti della  fondatezza del rapporto fra religioni e scienze.

Volontà di Potenza

Schermata 2015-02-02 alle 11.09.49Nietzsche, soprattutto per tramite di Foucault, ebbe a dire che il sapere non è conoscere, ma prendere posizione. Ovvero, che dietro ogni dottrina scientifica ci sono volontà che sono espressioni di culture umane in cerca di affermazione sulle altre.
Si tratta di una forma più raffinata di razzismo rispetto a quella fondata sulla diversità corporea. Un razzismo culturale, infatti, non ha ragione di essere visto in quanto tale.
Tutto trae origine da un precetto presente più o meno in tutte le popolazioni, gran parte delle quali hanno avuto in un loro più o meno remoto passato nel proprio nome un significato presente in tutte le culture umane quello di essere “il popolo degli uomini”.
Qui non è questione se sia quello degli uomini o delle donne, ma del fatto che quanti stanno al di fuori del confine del gruppo sono da considerarsi non-uomini. È il caso dei vari popoli eletti, o dei clan che hanno una divinità o un santo come proprio protettore, esattamente come fossero contrade del palio. Se oggi questo atteggiamento ci sembra poco giustificabile, si immagini che un domani si potrebbe ritenere tale quello fra i membri del regno animale, fra quelli dei viventi o addirittura degli infiniti esseri senzienti come affermati da più religioni a partire da quella buddista. Oggi ci sembra assolutamente sensato distinguere fra un essere umano e un animale, anche perché dei secondi ci nutriamo diversamente da come tendiamo a fare con i primi. Tuttavia, non possiamo essere così benpensanti con le radici tribali che permeano di sé anche le culture più sofisticate.
Dietro le religioni sta la volontà di affermazione del popolo e delle cultura che le esprimono nei confronti delle altre.
E ora che le religioni sono meno forti e fondate rispetto al passato, il loro posto viene preso dai modelli di sapere, dalle teorie scientifiche e dai modelli epistemologici che altro non solo se non l’adattamento del pensiero religioso alla vita dell’uomo moderno, che resta comunque estraneo all’indifferenza verso la prevaricazione dei gruppi culturali e delle popolazioni, le une sulle altre. La religione presente nelle culture e nei pensieri scientifici somiglia al tormentone del film Highlander: “Alla fine ne resterà soltanto Uno!”

Schermata 2015-02-02 alle 11.09.36Manifestazioni e Gerarchie come espressioni di Polimorfismo

Siamo convinti di vivere in un mondo caratterizzato da religioni per lo più monoteiste, mentre anche queste hanno fatto patti con tradizioni politeiste, così  come la gran parte di quelle politeiste sottendono la presenza di un principio unico. Questo non necessariamente dev’essere un Dio più o meno personificato: può essere il fato come nell’antica Grecia, o il vuoto del buddismo, o ancora il principio solare che si riscontrava nel credo di Akhenaton o in molti culti animisti.

Anche religioni per definizione monoteiste, come quella ebraica, ad esempio, in realtà contemplano gerarchie metafisiche (Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Arcangeli e Angeli, ad esempio) assimilabili a forme di divinità minori.
Schermata 2015-02-02 alle 11.09.24Per non parlare delle autentiche guerre suscitate dalla questione della Trinità  cristiana: Padre, Figlio e Paracleto erano da considerarsi tre divinità o una sola? Chi avesse letto alcuni Vangeli definiti a torto o a ragione “apocrifi”, soprattutto quelli gnostici, prevedono una molteplicità di figure alquanto complessa e ben più articolata delle gerarchie ufficiali

La figura femminile della Grande Madre, presente in molte tradizioni, non sembra riscontrarsi in quella cattolica, non fosse per la Sophia degli Gnostici e per la figura della Madre del Cristo, la Vergine Maria che occupa un posto a meta fra il divino e il santo.
Sia la Trinità del Dio unico cristiano che le le Sephiroth della Quabbalah aprono  lo spazio alle cosiddette “manifestazioni” del divino, che si esplica attraverso connessioni o sentieri molteplici.

Schermata 2015-02-02 alle 11.09.12In definitiva, a seconda del valore e del significato che si attribuisce alla parola “Dio” si danno i seguenti casi:

  • si tratta di un’astrazione, come nel caso di una presenza ineffabile, un’assenza pregnante oppure una negazione stessa che diviene, in quanto “negazione di qualcosa”, affermazione;
  • si tratta di identità specifiche definite a sé stanti o all’interno di gerarchie o di narrazioni in divenire.

In quest’ultimo caso, seppure solo una figura assume il valore di Dio primario, l’esistenza di figure metafisiche che hanno un ruolo in una cultura religiosa rende anche le religioni apparentemente monoteiste, di fatto politeiste, permettendoci di considerare questa distinzione sulla quale molti catechismi si sono basati, irrilevante o strumentale.

Alla ricerca della Verità Ultima

Ritengo che questa considerazione a cui siamo giunti possa essere condivisa da molti studiosi delle religioni, seppure in questo ambito ci siano frequentemente più definizioni e volontà di distinguersi che di confrontarsi ed accomunare come nelle intenzioni i più sembrano voler affermare.

Schermata 2015-02-02 alle 11.08.58Tuttavia, spesso le religioni sono meno rivolte all’anima e allo spirito di quanto non servano le gerarchie temporali che governano le culture delle popolazioni e dei poteri.
Possiamo arrivare a sostenere che monoteismo e politeismo e perfino il più sovversivo paganesimo siano espressione del fondamento religioso che legittima il controllo culturale.
Gli storici della filosofia, ad esempio, nella loro interpretazione e aggregazione in categorie di teorie e di pensieri hanno operato una trasformazione di questo tipo. Al mio esame di maturità, ormai 35 anni fa, l’insegnante mi chiedeva qual era il contrario di unicismo. Dato che non capivo, mi spiego che si trattava del dualismo, al che ribattei se secondo lui il contrario di uno era due. In errore ero io, perché gli storici della filosofia avevano sancito e classificato così le idee.

Ovvero, le aggregazioni possibili erano due: il riduzionismo causale ad un  principio unico esplicativo, oppure il divenire attraverso la dialettica di tesi ed antitesi. Persino i filosofi greci sono stati letti in questo modo, andando a creare gerarchie causali laddove erano estranee alle loro intenzioni. L’interpretazione del politeismo operata dalle religioni monoteiste nei termini di paganesimo, ovvero di culti pagani, dove “pagano” non vuol dire altro che “paesano”, e quella dello snaturamento attraverso la reinterpretazione, spesso in chiave demoniaca, ovvero di connotazione maligna, esattamente come fece l’ebraismo nei confronti delle divinità babilonesi, o come fu nei Sutra per gli Asura all’avvento dell’era dei Deva.

Veyne si domandava fino a che punto i Greci poi credessero davvero alle loro divinità o ai loro miti. Io penso che fossero utili come modelli di rappresentazione degli schemi, delle strategie, delle istituzioni e dei valori: una teoria dei giochi basata sulle metafore e sulla casistica, un po’ come l’arte della guerra di Sun Tsu.

Quello che ritengo interessante, al di la della sterile questione delle credenze, è che, rispetto alle culture riduzioniste di derivazione monoteistica, per queste tradizioni ci fosse maggiore elasticità. Dando per scontato che potesse anche esserci una verità ultima, era ovvio che questa non poteva essere alla portata della vita e della conoscenza umane.

Saperi provvisori

Schermata 2015-02-02 alle 11.08.40La conoscenza monoteistica si basa sul potere dell’Uno e i saperi che questa struttura cognitiva generano sono essenzialmente il causalismo, per le scienze presunte esatte o tendenti a questa finalità, e l’ermeneutica, per i saperi soggetti  all’aleatorietà e all’approssimazione che per questo richiedono una traduzione teoretica: l’interpretazione, per l’appunto.

Il lavoro dell’interprete ermeneutico è volto a disvelare l’entelechia riposta nella rivelazione e nella teofania. Tutto ciò presuppone, non tanto l’esistenza di una verità ultima e unica, che finché verra considerata irraggiungibile non ci allontana da una prospettiva cognitiva di tipo esistenziale, ma soprattutto che vi siano delle autorità umane depositarie del significato ultimo del segreto, del Libro divino, della verità nascosta nella parola.

Il Sacerdote del Tempio, come il Mago del Golem o lo Scienziato nella Torre d’Avorio dell’istituzione accademica o di quell’oligarchia totalitarista nota con l’eufemismo della “Comunità Scientifica” conoscono il nome segreto di Dio, quello a cui il “Pagano” non può accedere e men che meno nominare (perché per lui l’evocazione e, per mancanza di diritto, vana) pena contravvenire al primo comandamento del Dio unico, quello facile all’Ira a cui anche i sacerdoti del Dio d’Amore non hanno voluto rinunciare imbastardendo l’insegnamento del Messia con la dottrina stessa di quei Sacerdoti del Dio Unico, facile all’Ira,  gerarchico ma per nulla trino, che lo avevano disconosciuto, avversato e combattuto fino al martirio.

Schermata 2015-02-02 alle 11.08.25Contrapposto a quello ermeneutico nell’ultima meta del secolo scorso si è fatto strada il paradigma euristico espresso a fondo da Plebe e Emanuele, che al disvelamento della verità nascosta dietro il simbolo o dentro il Testo contrappone l’invenzione dello scienziato “artista” che scova l’escamotage, l’astuzia dell’umano che non si arroga la delega della conoscenza divina, ma sfida il quotidiano con le sue piccole armi spuntate.
Oggi, contrariamente al potere significante istituzionale dei tribunali dei Dotti che rappresentano il più delle volte l’autorità più anti-epistemologica (e quindi più stupidamente despotica) che si possa pensare, sono molti i teorici che al posto della causa prima, ricercano le con-cause. Al posto delle gerarchie riduzionistiche utilizzano i modelli, i grafi, i pattern. Che in luogo del mondo unico come manifestazione perfetta della divinità ipotizzano mondi e universi paralleli, teorie delle stringhe, razionalità limitate e black box.
Anche nelle cosiddette scienze umane e nella psicologia, che qualcuno dice non essere scienza ma umana si, e qualcun altro dice essere scienza e per questo poco umana, la battaglia sul “perché”, e quindi sulla verità che ha visto scontrarsi “innatisti” della Gestalt e “meccanicisti” del comportamentismo di “stimolo-risposta, spiritualisti del “transpersonale” e “biologisti” degli impulsi libidici, sta perdendo sempre più terreno e interesse nei confronti del “come” fenomenologico, attorno al quale stanno convergendo i diversi eredi di queste scuole di pensiero.

Filoni monoteisti come quelli del materialismo economicista marxiano, piuttosto che quelli della seconda termodinamica dell’energetica psichica freudiana non possono più rispondere degli eventi in corso in questo inizio di terzo millennio. Al Grande Sistema di Spiegazione coerente e riferito tutto allo stesso principio unico si è sostituita la narrazione, la vita come storie, la teoria come metafora e allegoria, la spiegazione come descrizione, script e storyboard; oppure il connessionismo che il Word Wide Web ha reso tangibile ed universale: il navigare da un tema all’altro, da una suggestione all’altra che ci ha fatto tornare a vivere come i filosofi peripatetici dell’antica Grecia, quando discutere era un piacere e non una “polizia del Discorso”.

Anche il concetto monolitico di “Potere” unico che caratterizzava le gerarchie ideologiche ha perso la battaglia ,sia con la microfisica dei poteri scomposti di Foucault, sia con la denuncia di Bateson del paradigma del “Potere” come punteggiatura e quindi come scelta di manipolazione e chiave di lettura artificiosa e imposta.

Come siamo orfani di quel potere che spiegava tutto, poco importa se a torto o a ragione, lo siamo pure di quel Dio che ci salvava dalle responsabilità del libero arbitrio: in definitiva, dalla condanna di rispondere della nostra libertà, di  specie, di popolo, di gruppo e di individui.

Per un sapere delle libertà

Schermata 2015-02-02 alle 11.08.10A corrompere la filosofia come storia ed il progresso come indirizzo divino teleologico e predeterminato in mano al custode del significato sono forse stati per primi due filosofi della seconda meta dell’800 ascritti alla decadenza del pensiero forte, in un senso che possiamo ritenere di arricchimento perché, nel restituire la persona alla sua provvisorietà, l’ha liberata dalla sudditanza nei confronti della Legge, del Libro e soprattutto dei tanti sacerdoti del dogma.
Il primo e fra i meno noti: si chiamava Johann Kaspar Schmidt, ma è passato alla storia con il suo alias bohémien di Max Stirner. Alla grande storia dello Spirito e all’Io culminato nel presuntuoso affresco corale dell’hegelismo onnicomprensivo sostituì un “Unico” senza fondamenti perché senza attributi (il senso di “proprietà”, non era tanto quello del possesso, quanto quello dell’aggettivazione, di essere finito nella sua definitezza, nelle definizioni della sua storicità, del labeling che stigmatizza come eroe o come traditore). In questo senso Stirner operava una rilettura “buddista” alquanto più fedele del successivo attingimento shopenhaueriano, del pensiero religioso soprattutto cristiano. Si trattava di un Cristo effige della libertà (si veda anche “La filosofia della Libertà” di R. Steiner che per primo riconobbe in questa chiave la comunanza dei due filosofi) dall’istituzione che comporta una parallela assunzione di responsabilità nella drammaticità della storia individuale. La stessa “Tragedia” greca, prima di essere inquinata dai vari sacerdoti monoteisti espressione di un potere paranoico ed ossessionante, cui si sarebbe ispirato l’altro “piede di porco” della filosofia leviatanica, Friedrich Nietzsche. Nel divellere il Dio istituzionale, anche lui sconvolge lo stile del filosofare, e dove Stirner lo fa con la verve del polemista sessantottino ante-litteram, questo lo fa con la dissociazione del poeta negatore della coerenza (nello stesso modo in cui Foucault avrebbe negato la contiguità del Opera in un autore), disseminato in frammenti ispirati, piuttosto che in teoremi accademici. Per Nietzsche filosofare è abbozzare storie situazionali, usa e getta, anarchiche e perfino lunatiche. È come se dicesse: “Di me prendi quello che ti pare, tanto non mi riconoscerò mai in alcuno dei tentativi di definirmi”. Per questo, il filosofo pagano, politeista Nietzsche approda agli stessi lidi dell’anti-idealista Stirner. Entrambi profondamente votati al sacro del vuoto tantrico – senza averlo frequentato – nell’esaltare la fragilità di questo uomo di transizione verso la liberazione dalle dipendenze, arrivano ad affermare un Se senza storia ne proprietà: quello del primo come un Unico di un monoteismo ultramondano, come la manifestazione del Figlio del cristianesimo, evanescente come la definizione di “punto” al confine della mancanza di spazialità e di massa, che scompare ad ogni tentativo di definirlo o di definire se stesso; quello del secondo che si suggella nella formula dell’ “Eterno Ritorno del Medesimo”, qualificato dall’imperativo categorico paradossale come un koan zen: “Divieni ciò che sei!” (altro che cogito cartesiano!).

Conclusioni

Schermata 2015-02-02 alle 11.07.55Ci sono voluti quasi due secoli perché l’autorità del pensiero religioso mimetizzato sotto forma di pensiero e di credo monoteistico, che abbiamo mostrato come in fondo sia senza fondamenti, in quanto non è mai esistito del tutto, ed ha soggiaciuto da sempre a pressoché tutte le religiosità più profonde  allorquando si attinga al senso del Sacro inesprimibile il leggi, dogmi, dottrine, catechesi e messali vari, venisse qualificato per quello che era: non l’oppio dei popoli, ma l’ipnosi che i Sacerdoti delle lobby storiche hanno trasmesso attraverso la sudditanza religioso-culturale, espressa in entrambi i casi come l’epistemologia del Tutto ridotto ad Uno.
Ma né il Tutto né l’Uno trovano un riferimento nella mente e nella vita umana, così come non potrà mai esserci un’unica spiegazione, ma sempre tante.

Come afferma la cibernetica, ogni sapere ha valore in quanto aumenta la varietà dell’esperienza umana, e questa è la formulazione più divellente nei confronti della cultura dei baroni e delle culture umane razziste (in quanto considerano la loro spiegazione, quella della razza a cui appartengono, l’unica giusta – e la usano, al di la di denaro e potere, per soggiogare le altre weltanschauung, quelle delle altre razze).
Wittgenstein per prendere le distanze da questo sapere era arrivato a convertirsi ad altra religione (ed e vergognoso leggere questo fatto come un vezzo di un animo debole, ossessivo, perseguitato dalla devianza).

Schermata 2015-02-02 alle 11.07.36Per scontri culturali simili si sono combattute guerre e commessi orrori da tutte le parti, mentre solo a guardare in faccia le trame occulte della storia umana, almeno di quella occidentale si potrà ridurre il rischio di una terza fatale guerra mondiale come quella che questa fine di civiltà sembra minacciare.

Ennio Martignago

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