Schermata 2015-02-02 alle 08.59.13Le relazioni d’aiuto son una grande famiglia entro la quale possiamo annoverare di tutto e di più; spesso il discorso dell’aiuto viene liquidato con superficialità dalle  persone con soluzioni tampone che poco hanno a che fare con il reale supporto che si può dare a qualcuno.

Ci si aspetta ausilio dal medico, dallo psicologo, dal counsellor, ma si dimentica di chiarire che cos’è l’aiuto (anzi alle volte è più facile dire cosa non è): parlo di quello psicologico con cui intendo una relazione d’aiuto al vivere.
L’aiuto non é stare meglio: i farmaci fanno star meglio ma non possono esser considerati una cooperazione al vivere, nella stessa misura in cui il doping non lo si può considerare per lo sport.
L’aiuto dovrebbe interessarsi a riequilibrare una persona non a “cambiarla”, perché cambiarla vorrebbe dire avere alla fine un persona totalmente diversa che non è il nostro obbiettivo.
Il medico molto spesso travisa la richiesta di sostegno psicologico, l’aiuto al vivere con la richiesta di stare bene. Il farmaco, lo strumento principale, fa star bene il corpo molto spesso, ma non assiste la mente, non assiste alla vita; il vivere non è star bene e basta, è crescere nella differenza; percepire è sentire attraverso l’altro, distinguere il bene dal male, il bello dal brutto: lo psicofarmaco appiattisce la nostra possibilità di percepire riducendo le differenze, omologando le sensazioni, è doparsi per superare, non per vivere con l’altro; vivere è cercare l’equilibrio, l’adattarsi e trasformare il mondo, nel rispetto delle regole comuni e condivise, regole che son date da ciò che desideriamo, da ciò che vogliamo, da come decidiamo in fondo della nostra vita.
Quello che posso dire riguardo alle relazioni d’aiuto, e dunque dell’utilità di un intervento di counselling o di psicoterapia è molto semplice, la medicina, come la psicologia, hanno sviluppato una grande capacità diagnostica tanto da fare dei quadri molto precisi sulla situazione clinica del paziente, in particolar modo la medicina nel campo della psiche, usando dei correttivi farmacologici, allevia i sintomi ma quasi mai riesce a curarne i comportamenti: come si dice spesso “diagnosi perfetta ….. paziente morto”. La psicologia, lavorando sulla statistica e la comparazione, fa altrettante diagnosi, spesso molto precise e chiare, ma non ha la cura poiché la diagnosi e la prognosi non risolvono, anche se spesso stupiscono per la precisione e la chiara esposizione dei “fatti”.

Schermata 2015-02-02 alle 08.59.01La “cura” non esiste perché sta nella relazione con l’altro, o almeno nella relazione con noi stessi, con il nostro sentiero da percorrere; la cura è la ricerca della “viabilità”, un giusto equilibrio con cui adattarsi al vivere. La relazione esiste nello stare assieme con gli altri, frequentare persone diverse da te, che, per il ruolo che ricoprono, possono avere la possibilità di modificare il comportamento con cui entriamo in contatto con con la nostra vita.
Detto questo è facile capire che ci devono essere condizioni molto particolari perchè una relazione possa diventare terapeutica e funzionare nel restituire il giusto modo con cui affrontare il nostro percorso umano.
Le relazioni che le persone vivono tra loro sono complesse; nella relazione con un terapeuta ad esempio, o un counsellor, si dovrebbe trovare l’aiuto, ma perché essa possa funzionare e dare dei frutti, ne si deve accettare il ruolo, mettendosi in gioco con parole, gesti, comunicazioni, “passe-partout” di ogni rapporto terapeutico che si rispetti.
Le persone giocano le loro relazioni nei modi più complessi ed elaborati e la nostra intelligenza, trovandoci tutti quanti in rapporto con qualcuno, è sempre alla ricerca di una soluzione che appaghi i bisogni, tenendo saldi tre principi guida:

1.Minimo sforzo massimo rendimento (bisogno di risparmio energetico)

2.Evitare i cambiamenti (bisogno ecologico o di equilibrio con l’ambiente)

3.Evitare il dolore (bisogno difensivo/protettivo)

Tutti quanti siamo assolutamente necessitati di perseverare questi scopi, ma ognuno ne possiede una personale chiave di lettura, rendendo ogni relazione, vissuta con gli altri, come una esperienza unica e irripetibile.

Ma allora cosa fare? Trovare soluzioni al vivere “bene” o cercare un equilibrio  al vivere?

Schermata 2015-02-02 alle 08.58.47Sinceramente son combattuto e non so dare una risposta: o la vita è un problem solving, la ricerca di una soluzione ad un problema, e dunque la vita è un problema, oppure il vivere, e dunque la vita, non è un problema a cui trovare una soluzione, ma un esperienza ne bella ne brutta, il cui fine, se di un fine si ha l’esigenza, è il vivere stesso, trovando il bello non nel traguardo, ma nel viaggio.
Credo personalmente che la vita vada vissuta in un rapporto dialettico con noi stessi e con gli altri.
Spesso mi chiedono se può esser d’aiuto un lavoro “psicologico” con qualcuno: il mio consiglio è che si deve provare, provare a confrontarsi con chi è in grado darci la possibilità di trovare un nostro equilibrio, provare a valutare se vogliamo veramente cambiare, se ci “conviene” cambiare, se é quello di cui abbiamo veramente bisogno, che desideriamo. Potrei fare molte supposizioni, confermare diagnosi e prognosi ma così facendo sarei disonesto nei confronti di chi mi domanda aiuto; la psicoterapia, il counselling, sono strane alchimie i cui risultati, molto spesso, son tanto sorprendenti quanto difficilmente spiegabili così come l’ipnosi è uno strumento eccellente per aiutare le persone ma anche essa è soggetta alla relazione che si viene ad instaurare tra le persone.

Provare dunque ad instaurare una relazione di aiuto è l’unica possibilità reale che abbiamo per valutare se possiamo esser d’aiuto a qualcuno o meno.

Marco Chisotti

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