Ho conosciuto molte persone laureate e specializzate e molte ingenue e istintive di tutti i tipi e non posso certo affermare che lo studio o la spontaneità siano di per sé delle doti e men che meno delle garanzie di saggezza o competenza.
Molte persone di tutte le età volevano diventare psicologi, medici, psichiatri… per poi fare i terapeuti, quasi fosse un compromesso fra potere, eroismo e santità. Oggi osservo il processo inverso: tanti cercano scorciatoie per diventare terpeuti per poi scoprire la necessità di approfondire ritornando a seguire una qualche strada maestra.
Oggi le scuole sono tante e di tanti tipi. Pur essendo impossibile negare che buona parte questi percorsi siano inutili o, peggio ancora, fuorvianti o dannosi, credo che a questa categoria appartengano anche non pochi di quelli più costosi blasonati ed in grado di rilasciare i più rischiosi permessi — se non di uccidere, come 007 — di lasciare cicatrici.
Ciononostante, bisogna affermare una volta per tutte che dare garanzie sui trattamenti è peggio che non darne; credere ai consigli, agli articoli, alle raccomandazioni di persone influenti abbassa nel cliente la soglia dell’attenzione su se stesso, innalzando erronee aspettative da parte dell’altro. Almeno se non ti aspetti nulla dal tuo terapeuta ti impegnerai a lavorare di più in prima persona.
Ho compreso che le vere situazioni (non parlerei di identità o persone) patologiche che ho incontrato sono infinitamente meno di quante mi sono state presentate in quanto tali, nello stesso modo in cui quelle presentatemi come patologiche erano già molto meno di quante esprimevano semplicemente un bisogno di miglioramento o di superamento di una sofferenza — soprattutto lo sblocco di uno stallo esistenziale.
Ultimamente mi capita di osservare che molte di queste richieste si stanno traducendo in bisogno di formazione; essere preparati a diventare uno come me o assomigliare a qualche modello a cui sperano io possa approssimarmi. Accetto questa soluzione, anche se mi è ben chiaro che è solo il modo migliore che questo periodo riesce a esprimere per permettersi di conoscere se stessi per poi aiutare (a volte in maniera proiettiva e immatura) il mondo intero, quando basterebbe ragionevolmente poter essere utili al “prossimo”, colui che ti incontra.
Nello stesso modo, coloro che meglio possono insegnare non devono essere fanatici o bigotti: devono consentire che questi percorsi procedano il meglio possibile, assecondandoli anche quando questo voglia dire ammiccare nel contempo a delle mode.
Per questo preferisco non ostacolare nessuna possibilità in ragione di un titolo, sia esso psichiatra, psicologo, terapeuta, coach, counselor, mentor, sciamano, stregone, sacerdote, astrologo, cartomante… Ho pensato che la cosa migliore sia dare un nome unico a tutte queste persone potenziali e, in mancanza di meglio, ho scelto il termine inglese di caregiver, solo per mancanza di correlati eleganti e adeguati nella nostra lingua, non certo per creare un titolo in più. E sia chiaro che uso questa parola in senso letterale e non nella denotazione professionale che ha assunto nei paesi d’origine dove, nonostante ne si stia anche lì estendendo parecchio l’utilizzo soprattutto in ambito di supporto psicopatologico, sta a indicare il volontariato assistenziale nei confronti dei sofferenti, spiccatamente anziani e disabili.
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Il fatto che faccia un uso così allargato della figura di caregiver non significa che il caregiver con una formazione ultradecennale in psicoterapia sia la stessa cosa di un counselor: non dico migliore o peggiore, solo differente, profondamente differente e questo va detto, in maniera che ognuno sappia che cosa fa quando si rivolge a un caregiver di tipo diverso.
Tuttavia, va detto anche che il modo di essere caregiver, le ideologie sottostanti, il modello di uomo, di società, di sapere e di salute che ognuno di essi sottende è molto diverso e questo soprattutto va definito con precisione.
Qualsiasi sia la sua formazione o il sentimento, cerco in poche parole di trasferire la figura del caregiver per come la vedo io, e quindi per come la intendo con NuovaIpnosi, ben sapendo che questo viene fortunatamente condiviso da molti colleghi e scuole di pensiero.
Un caregiver, nella nostra accezione, è un ricercatore con una forte propensione ad aiutare il proprio prossimo senza sostituirsi ad esso, non con il proprio sapere o con le proprie credenze ideologiche, scientifiche o pseudo tali, ma esclusivamente con il proprio operato e il proprio lavoro. Il migliore lavoro del caregiver non è far terapia o guarire, ma consentire al suo cliente di lasciar emergere il caregiver che è in lei o in lui. Trasformare il desiderio di chi gli si rivolge di essere un’altra/o persona in riconoscimento e accettazione di ciò che vi è di più autenticamente possibile — e non per spiegazione, indottrinamento o interpretazione, ma facilitando l’incontro con se stesso — ovvero permettere ad ognuno di essere l’espressione migliore per questa vita del proprio medesimo. “Divieni ciò che sei” (F. Nietzsche)
Permettere all’opera della mia vita di essere la migliore possibile, a dispetto di tutti i deterrenti che, per imitazione o desiderio di possesso, invidia, nostalgia e tutte le emozioni spurie generate dal bisogno o dall’attaccamento, ho mio malgrado appreso adattandomi alla parte di Storia che nella mia vita ho potuto o dovuto incontrare.
Aiutare sé stessi o l’altro non è questione di lavoro o eroismo, ma due lati della stessa medaglia, perché il caregiver è consapevole di essere sempre, dovunque e comunque, non io vs. tu vs. loro, ma in un sistema interdipendente di prossimità dove, senza retorica o leggi morali, ma con semplicità dignitosa, cambiare è sempre cercare per quanto possibile di volerlo insieme, non con la società, ma con quell’entità circoscritta e unita che sei tu e che è il tuo prossimo qui ed ora. Essendo suo caregiver (sempre solo se e quando ti viene richiesto) salvi anche te stesso.
Accanto a questo tema c’è quello sempre legittimo di venire o meno pagati nulla, poco, il giusto, tanto o tantissimo, ma esso non ha alcuna correlazione con quanto fino a qui descritto, in quanto, oltretutto, il tipo di onorario, per quanto attiene la mia esperienza, non è mai derivato dalle competenze reali o dai risultati ottenuti, anche se non di rado ha saputo eregiamente mistificarli.
Aiutare veramente ha un costo interno che, se non fosse sostenuto da una motivazione profonda, sarebbe del tutto impagabile.

Ennio Martignago

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