« …le ricette che sono state raccolte sono per ciò, in grande maggioranza, ricette di minestre alla buona, di piatti familiari, di pietanze leste a fare, di dolci bocconcini che, pur essendo prelibati, non ci costringono a troppo vuotare il borsellino del marito… »

Così scriveva Amalia Moretti durante il ventennio in uno stralcio dell’introduzione de I Ricettari Di Petronilla, pseudonimo assai conosciuto in quegli anni tra le donne italiane. Cita Carlo Cazzaniga in un suo articolo: « I ricettari di Petronilla furono scritti nel periodo degli anni ‘40, anche come propaganda di una crescente educazione femminile alla vita domestica, dove la “nuova” donna del regime e dell’Italia autarchica, si doveva confrontare con un  diverso e più evoluto ordinamento sociale ».

Erano i tempi delle battaglie del grano, nell’utopia un po’ romantica che l’Italia potesse essere completamente autosufficiente rinunciando agli scambi con l’estero; però nel 1931, solo sei anni dopo il lancio della campagna, grazie alla Battaglia del grano l’Italia riuscì ad eliminare un deficit sulla bilancia commerciale di 5 miliardi di lire ed a soddisfare quasi a pieno il suo fabbisogno di frumento, che era intorno ai 75 milioni di quintali, arrivando addirittura ad un incremento di produzione di 6, resosi necessario per via dell’aumento della popolazione. Nello stesso anno per l’Italia si registra anche il primato per la produzione di frumento per ettaro: la produzione statunitense, fino ad allora considerata la prima, raggiungeva infatti 8,9 quintali di frumento per ettaro, mentre quella italiana era quasi doppia, contando 16,1 quintali per ettaro. Pur con la veste ingombrante della propaganda, questi manuali di economia domestica, seguiti a loro volta da quelli del lievito Bertolini e dell’olio Carli, proponevano comunque in modo giocoso e bilanciato per le conoscenze dietetiche dell’epoca, il modo migliore di risolvere uno dei bisogni primitivi delle persone: il vitto in tempi di privazioni.

Era il periodo delle sanzioni economiche all’Italia mussoliniana; durarono solo sette mesi, ma furono una formidabile leva del regime per risollevare l’orgoglio nazionale e creò una abitudine che ancora negli anni settanta era sentita dalle nonne, dalle mamme ed anche da qualche editore, visto che nel 1969 Lisa Biodi impazzava con il suo libello “Piccoli avanzi, grandi piatti”. Dopo il miracolo economico, tutto il buon senso racchiuso in questi estratti di buon  bilancio famigliare, venne messo in soffitta (letteralmente), complici la disponibilità economica, lo spirito di rivalsa verso la povertà, la falsa illusione di risorse illimitate.

Dal punto di vista alimentare della carne bovina si privilegiarono i tagli nobili: Filetto, Roastbeef, Fesa, Sottofesa, Scamone, Noce, Magatello, relegando a scarti quelli di seconda scelta: Fesone di spalla, Fusello, Copertina di spalla, Polpa di spalla o brione, Coste della croce, Reale, Biancostato, Pesce. Ma la parabola torna a scendere, i tempi stanno nuovamente cambiando. L’altro giorno un amico macellaio, mi divertiva con un dotto sermone sull’ingegneria genetica: secondo lui, per soddisfare le sempre maggiori richieste della clientela, dovrebbero creare vacche con due code o polli con quattro ali, come il cane a sei zampe dell’Agip, per intenderci; infatti si vende molto di più carne di terza scelta (Punta, Punta di petto, Collo (parte piu’ vicina alla testa), Geretti, Coda) che quella di prima o di seconda.

Anche lo spreco dei supermercati, cioè la merce alimentare rimasta invenduta che viene eliminata, si riduce progressivamente, calcolando che un esercizio medio ormai è intorno ai 100 kg alla settimana. Sempre più persone frugano  nei bidoni blu delle merci scadute, sempre più persone si aggirano nei mercatini rionali dopo che i banchi sono andati via…

« Finita la macellazione, la carne veniva appesa sulla groppa del cavallo e legata con strisce fresche di pelle di bisonte. Quando tornammo al villaggio, tutti i cava!li dei cacciatori erano carichi di carne. e noi bambini che non potevamo aspettare il banchetto mangiavamo tutto il fegato crudo che volevamo. Nessuno si arrabbiava con noi per questo. Nel frattempo, le donne rimaste nell’accampamento tagliavano pali lunghi e stecche forcute per preparare le apparecchiature dove avrebbero appeso la carne a seccare.  Quando i cacciatori arrivavano. buttavano la carne in mucchi sopra un tappeto di foglie » (tratto da Alce Nero Parla, Adelphi).

« Alcune volte alla carne veniva mescolata della frutta secca per ottenere il gustoso “pemmican” Ma il bisonte non era solo carne! Con le pelli ricoperte di pelo facevano mantelli e coperte, con la pelle rasata preparavano tende, scudi, abiti, calzature e piroghe, con la coda facevano scaccia mosche, con lo stomaco facevano secchi per l’acqua, con le ossa costruivano utensili e punte per le frecce, con gli zoccoli ottenevano una specie di colla e tante altre cose ancora. Praticamente niente di un bisonte morto veniva sprecato » (pubblicato da NATIVI AMERICANI [indiani d’America] martedì 30 marzo 2010).

Forse è tempo di andare in soffitta e riprendere i ricettari di Petronilla, forse è tempo di riprenderci la nostra dignità.

Antonello Musso

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