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Nel presentare questa nuova iniziativa passano davanti ai miei occhi i tanti anni che sono intercorsi da quando abbiamo iniziato l’avventura che va oltre l’esperienza associativa costruttivista e quella della Scuola. La vera avventura non è una creatura, ma un atteggiamento che ha caratterizzato una vita e che mi viene da chiamare del ricercatore. Non si tratta di essere professionisti di laboratorio o assistenti universitari. Considero tale colui che ha un atteggiamento non dogmatico nei confronti della vita; chi non si sazia con alcuna spiegazione e che non riconosce alcuna autorità costituita di sapere. Il Libro, il Trattato, la Bibbia per questo personaggio è solo l’esperienza vissuta con occhi scevri da qualsivoglia rassicurazione come quelle che provengono dalle Scuole e dalle Istituzioni. D’altronde, il ricercatore ha mille maestri, da quello più ieratico che però non è stato sempre così, all’anima candida, persino l’animale di casa che ti tiene compagnia, che nella sua semplicità spesso cela delle grandi verità e degli insegnamenti importanti, che in genere sono i più difficili da cogliere.

interferenze01Quello che ci accomuna, quelli che siamo oggi, gli iniziatori di questi Quaderni delle Interferenze all’insegna della promiscuità e dell’eresia culturale e scientifica, e con noi gli amici che in forme diverse aderiscono a questa iniziativa è proprio questo atteggiamento di ricerca che è al tempo stesso coraggio e timore, inquietudine, tolleranza, presunzione e insicurezza, sfrontatezza, irriverenza, fede e scetticismo.

I temi sono molti, anche se si parte dai tanti discorsi che chi ha frequentato i nostri incontri conosce bene. A volte si possono trovare delle risposte: quelle che in tutta modestia possono essere scaturite dalla nostra esperienza personale e di gruppo o quelle che abbiamo scippato per strada da altri. Molto più frequentemente, tuttavia, sono le domande a costruire il testo di questi lavori. Chi non le ama, chi vuole certezze o risposte ultimative non sarà soddisfatto di quello che trova.

Un insegnamento orientale spiega che si riconosce il maestro non da quello che sa, ma dal fatto che è l’unico a camminare per strade senza sentieri, che non sono ancora segnate. È colui che ha del perdersi il proprio metodo più felice perché arricchente, quello che viaggia per le città senza cartina, non perché conosca il territorio, ma perché vuole scoprirlo e quello è l’unico modo per farlo. Lo caratterizza una peculiare solitudine di fondo pregna di temperanza, pazienza, tolleranza, amore, compassione, compassione o fede serena che dir si voglia, ma anche la tolleranza per l’errore e le sue conseguenze. Che cosa distingue il buon maestro dal cattivo maestro? Non certo l’errore, perché quello, e spesso più d’uno, è inevitabile per chi ricerca. Anzi, l’errore è uno dei suoi più preziosi insegnanti! Il cattivo maestro lo si distingue dalla presunzione, dalla vanagloria, dal rifiuto ad ammettere gli errori, dal narcisismo e dalla vanità. Ma, più di tutto, un cattivo maestro lo si riconosce dai suoi seguaci: quando questi coltivano il culto della sua personalità, aspirano a ruoli gerarchici nella comunità, quando sono esaltati sui contenuti e sui breviari, quando sono gravidi di certezze e privi di dubbi (che non siano addomesticati da breviario) oppure quando coltivano il nichilismo o il pessimismo.

Chi teme la solitudine e anela la certezza potrà essere un bravo scienziato, ma difficilmente un buon epistemico.

L’epistème per Platone rappresenta la forma più certa di conoscenza, che assicura un sapere vero e universale. Questo può essere ottenuto in due modi: tramite ragionamento (diànoia) o intuizione (noesis), che sono a ogni modo complementari tra loro, e delle quali però la seconda è superiore alla prima. Si tratta infatti di un sapere interiorizzato, non trasmissibile a parole (si notino gli echi della maieutica socratica), che ha il suo fondamento, ma anche il suo limite, nella sfera ontologica e intuitiva delle idee. Per questo è accessibile solo a pochi” (Wikipedia).

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Questo significa che il sapere epistemologico è del tipo che Aristotele avrebbe chiamato esoterico, ovvero trasmissibile solo attraverso l’iniziazione (o l’ispirazione), il trasferimento di conoscenze che nasce dalla condivisione delle esperienze e che i sapienti dell’antichità coltivavano attraverso la convivenza ed il discorso. Un discorso, quello epistemico, che non si definisce né finisce con i suoi contenuti, ma crea attraverso il processo stesso del discorrere, dalla relazione costruttiva.

Qualcosa che distingue il riferimento sapienziale e il suo essere scalzo è la sua natura euristica ermetica ben lontana da quella ermeneutica sacerdotale. “Sapere di non sapere” collega la Maieutica di Socrate al Metodo di Descartes fino alla Mente di Bateson e oltre. A questo ci ispiriamo, cambiando ogni volta vestito senza rispetto per nessuno che non sia l’onestà intellettuale e spirituale e la fame di sapere.

interferenze03Stay hungry, stay foolish”, scriveva Stewart Brand nel numero conclusivo del Whole Earth Catalog e venne citato da Steve Jobs nella sua grandiosa lettura magistrale tenuta all’università di Stanford nel 2005.

Dal canto nostro, anche noi ci ispiriamo a Brand e al pensiero di quei giorni, assieme all’esperienza di quelli che sono seguiti: rimarremo così… folli e insaziabili!

Ennio Martignago (Editor) – Interferenze è organo scientifico

Dicembre 2012

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