Il ciclo senza fine dell’idea e dell’azione,
L’invenzione infinita, l’esperimento infinito,
Portano conoscenza del moto, non dell’immobilità;
Conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio;
Conoscenza delle parole, e ignoranza del Verbo.
Tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza,
Tutta la nostra ignoranza ci porta più vicino alla morte.
Ma più vicino alla morte non più vicini a Dio.
Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo?
Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?
I cicli del Cielo in venti secoli
Ci portano più lontani da Dio e più vicini alla Polvere.

Thomas Stearns Eliot

Dalla Mente al Gene

meme1Negli anni caldi della tarda rivolta studentesca degli esponenti dell’Autonomia picchiarono un docente dell’Università di Padova e alla riunione che ne seguì una sua collega emozionata suscitò l’ilarità dei convenuti con un’uscita che non fu delle più brillanti per un’insegnante di Psicologia, sottolineando che non a caso lo avevano picchiato alla testa, perché “com’è risaputo, la testa è la sede del pensiero”. Al di là dell’affermazione abbastanza grossolana nonostante la situazione concitata e pertanto sbrigativa, non è assurdo ipotizzare che nell’immaginario comune un po’ tutti collocherebbero il pensiero all’interno del cranio, nel cervello. Non si deve pensare che questa sia una rappresentazione condivisa da ognuno di noi.

Mio figlio mi spiegò un tempo, quando aveva forse tre o quattro anni, come funzionava il pensiero più o meno in questi termini: «Quando mi fai una domanda personale non posso risponderti subito, perché il pensiero dalle orecchie – e quindi dalla testa – deve andare giù in profondità fino al cuore, dove si elabora la risposta che poi risalirà alla testa per essere espressa» (ovviamente la sua formulazione era più poetica e più bella). Non si tratta di una produzione semplicistica occasionale propria di un bambino ingenuo: buona parte delle culture originarie collocavano l’anima proprio a livello del cuore, dove peraltro una delle teorie psicologiche più antiche e raffinate, quella del buddismo situava la Mente Chiara, la Bodhicitta.

Più in là nel tempo, Rudolph Steiner fece un’interessante distinzione fra il sistema nervoso, apparentato a quello osseo che individuava le funzioni “sensoriali” e anche “rigide” proprie dell’intelligenza, e quello ritmico destinato ad esercitare le doti più psichiche della mente (dall’etimo animico) connesse all’attività di espansione e contrazione tipica della circolazione aerobico-sanguigna, e quindi prima di tutto fra cuore e apparato respiratorio, strettamente connessi fra loro.

Oggi, proprio mentre i nipoti della frenologia vanno per la maggiore con gli studi delle neuroscienze, a complicare le cose arrivano le invenzioni (se preferite “scoperte”) della genetica. In realtà si suol dire che “quello che non strozza ingrassa” e il nostro sapere può tollerare la co-presenza di discipline molteplici, anche quando danno spiegazioni diverse degli stessi fenomeni. Un ideogramma del I Ching ci insegna infatti che non è opportuno cercare di fare andare d’accordo idee contrapposte: l’arricchimento non deriva dalla riduzione, ma dalla varietà e dalla differenza. Ben vengano quindi lo spiritualismo accanto alla psicologia e questa accanto alle neuroscienze accanto a loro volta all’ingegneria genetica.

Quello che tutto ciò mette in discussione è l’idea di Io cara all’Idealismo, mentre rivoluziona il concetto di Identità che passa dalla natura di “scoperta” dell’epistemologia del disvelamento di un mondo prigioniero delle colonne d’Ercole (Hic sunt Leones) a quella di “costrutto” dell’euristica costruttivista.

Il piccolo pervasivo: «Chi ci abita ci determina?»

meme2Gregory Bateson, in uno straordinario articolo riportato in Verso un’Epistemologia della Mente, descrisse la “Mente” come la rete delle infinite “differenze” che vanno dall’inimmaginabilmente piccolo all’inconcepibilmente grande: una sorta di infinita intersezione di sviluppi frattali di Mandelbrot.

La microscopica cellula o il batterio, la meno che microscopica proteina, il gene… sono delle Identità che ci abitano. Un tempo ci insegnavano che i batteri erano delle “bestioline”, tutto sommato degli estranei, che ci facevano ammalare.

«Sulla pelle e all’interno del nostro organismo vivono infatti 100 trilioni di batteri: il decuplo rispetto alle cellule che compongono ciò che tradizionalmente chiamavamo “uomo” e che ora viene spesso considerato da medici e scienziati come un “superorganismo”. Da “individuo” si dovrebbe passare a “ecosistema” frutto di tanti elementi integrati. Anziché essere un “io”, l’uomo andrebbe piuttosto trattato come un “noi”. Ai nostri 23mila geni, analizzati nel 2000 dal progetto “Genoma umano”, vanno ora aggiunti quei 3 milioni di geni di virus e batteri che consentono il funzionamento del nostro sistema digestivo, di quello immunitario, del metabolismo e perfino – secondo studi recenti ancora tutti da confermare – regolano lo sviluppo del cervello nei bambini. (Quei batteri-inquilini che ci migliorano la vita – Repubblica.it

Come se non bastasse ognuno di quei microscopici esseri ha una qualità che fu cara alla tradizione umanistica dei Giordano Bruno, Pico della Mirandola… e che rimase la più qualificante dell’intelligenza umana almeno prima della nascita degli elaboratori e della rivoluzione culturale del ’68: la Memoria.

meme3«Un gruppo di ricercatori della Chinese University di Hong Kong ha scoperto che un solo grammo di Escherichia coli, il batterio più usato nell’ingegneria genetica, è in grado di immagazzinare tante informazioni quante possono essere memorizzate in un disco rigido gigante da 900 terabyte. Il biostorage potrebbe portare una vera rivoluzione nel modo in cui vengono immagazzinati testi, immagini, musica e anche video. “Tutti i tipi di computer sono vulnerabili ai guasti o al furto di dati, mentre i batteri sono immuni da attacchi informatici”, ha fatto notare il professor Chan Ting Fung, che ha guidato il team di ricerca. Il team ha inventato un sistema per comprimere i dati e registrarli in cellule diverse, mappandoli in modo da poterli facilmente recuperare in seguito, come dalla memoria di un computer» (“I batteri saranno gli hard disk del futuro?” – cfr. anche “Conservare dati all’interno di batteri”).

Che cosa sono delle memorie che possono saturare l’interno del nostro corpo? Un uomo può diventare una Biblioteca di Babele (Jorge Luis Borges) ambulante? Ma la domanda che più turba è: «Che cos’abbiamo di tanto ingente da ricordare? Per quali contenuti la Natura o Dio avrebbero previsto un simile potenziale di contenitori?»

La Grande Ferita Narcisistica

Il fatto che non “conosciamo” il “cervello” dei micro organismi e delle forme proteiformi come i virus non significa che non abbiano una loro “intelligenza”. Anche la nostra, secondo taluni scienziati, come i “macchinisti” dell’intelligenza artificiale Daniel Dennett e Marvin Minsky eredi dell’antica teoria della tabula rasa, sarebbe una mente necessitata, programmata, automatica. Il solo fatto di non avere tessuto nervoso non è sufficiente per non ipotizzare almeno un’intelligenza formale anche per i geni.

Quello che ne esce è un individuo, un uomo o una donna costituiti da un’intelligenza collettiva (Pierre Lévy) comparabile a centinaia di migliaia di Facebook ognuno. Questi ospiti, uniti ad ognuno dei nostri componenti fanno un effetto divellente neppure lontanamente comparabile con la “scoperta dell’Inconscio” operata da Freud nei confronti del pensiero idealista dell’epoca.

L’individuo è definitivamente “estraneo a se stesso” e l’Inconscio o l’Es, invece di essere parte di una topologia della psiche come veniva concepito dalla psicanalisi, è veramente “non conscio” in quanto non abitato nell’identità umana, in un qualche “cervello” come pure in un’intelligenza o in una logica.

A questo punto, intervenire per trasformare una tale moltitudine è ben più complesso che cercare di raccogliere il mare con il proverbiale cucchiaio.

L’integrità della soggettività è sotto assedio. L’assedio di un mondo costituito dall’infinitamente piccolo trasformatosi nel nostro immaginario ipertrofico in nemici come mai prima d’ora sembra essersi prodotto proprio dalla grandezza e dalla forza che la nostra identità di specie sembra aver prodotto, ci fa sentire fragili come giganti dai piedi d’argilla e rischiamo di venire distrutti dalle nostre stesse paure. Mai come ora si sono sentite tante voci sparse di suicidio della specie a favore della continuità dell’ecosistema, come se il narcisismo, l’amore per dell’Io, non ci sostenga più. Ci percepiamo come dinosauri che, in attesa della prossima glaciazione, siano tentati di scegliere la soluzione del lemming per evitare di venire divorati dai micro-lillipuziani padroni del futuro.

Da virus a risorsa e ritorno

La paura del piccolo si incarna alla perfezione nell’idea di “virus”. Nel nostro immaginario il virus è talmente piccolo da non essere neppure considerato una “bestiola” come i microbi e si fa le beffe delle nostre armi più potenti come gli antibiotici. Congelati nei ghiacciai dei Poli, pronti a risorgere come vampiri alle prime ombre della notte sotto l’effetto dello scioglimento dei ghiacci di cui siamo colpevoli per tramite dell’effetto serra, dalla Grande Peste Nera alla Spagnola, loro sono pronti a sferrare l’attacco finale.

Quello che spaventa dei virus è la loro capacità di mimetizzarsi, di poter essere scambiati per alimenti o per componenti del nostro stesso corpo. Per questo, più degli anti-virali, a poterli combattere sono proprio i nostri virus-buoni, ovvero l’esercito del nostro sistema immunitario.

meme4Ecco però insorgere due nuove metafore della nostra sconfitta: i retrovirus e le malattie auto-immuni. Fondamentalmente si tratta di due facce della stessa medaglia. La prima rappresenta il virus “buono”, che arriva da noi sotto forma di risorsa mascherando il fine di usare le nostre cellule per produrre virus dispettosi che a loro volta sapranno dissimularsi ovunque. La menzogna in un mondo in cui lealtà e fiducia hanno lasciato il posto ad un pragmatismo cinico vale anche per queste malattie che stabiliscono una collaborazione con il proprio fornitore di ospitalità affamato di contante fresco stipulando con lui un debito simile a quello che i paesi europei hanno verso il fondo internazionale. A questo punto la persona si indebolisce proprio come ogni cultura il cui mantenimento non provenga direttamente dal proprio operato ma dalla dipendenza da un meccanismo truccato, con il risultato di sviluppare immunodeficienze e tumori, risultati entrambi di questa promiscuità culturale ed economica.

Soggetti a questo costante assedio di virus e retrovirus che usano i sistemi più scorretti e vili per aggredirci ecco che è il nostro esercito stesso, il nostro sistema immunitario ad impazzire come una schiera di Rambo pronti a giocare a tutti contro tutti. Convinti che dietro ogni “borghese” del nostro corpo si nasconda un traditore sotto mentite spoglie o un collaborazionista, da maccartisti i nostri difensori diventano squadre della morte. Così scopriamo che quasi tutte le malattie a cui non riusciamo a trovare una causa virale o al peggio batterica diventano causate dai giocatori della difesa: se non perdiamo perché ci fanno goal è perché ci facciamo auto-goal.

In definitiva, la nostra generazione è così povera della capacità di rappresentare le paure del suo tempo da non andare oltre questa battaglia meccanica in cui finisce come Gulliver imprigionata costretta all’impotenza e pronta a venire uccisa dai Lillipuziani avversari e di casa.

Meme come Metafora

Il nostro mondo è arrivato a dipendere talmente dalla tecnologia che ha sviluppato da arrivare a temerla. Se questo timore negli anni passati si personificava nei robot, oggi sono anche lì i virus a farla da padroni e sembra che abbiano imparato dalla cosiddetta natura, perché anche lì questi sono diventati meno cattivi, ma più pervasivi e soprattutto più collaborativi con le forze promiscue, quelle che ci riempiono la pancia riducendo la nostra autonomia e la reattività. I virus del duemila non distruggono più i computer e raramente sono prodotti dai guerriglieri hacker per combattere la schiavitù tecnologica. Coabitano nei siti che visitiamo per fare affari, per guadagnare soldi, per sfruttare le comodità, per lavorare meno, per toglierci i piaceri del sesso facile, e del divertimento artistico gratuito. Ormai il virus informatico è malware, malintenzionato, ovvero Il Servo infido del film di Losey. Lo temiamo, ma non abbastanza da impedirci di ricercare i nostri vizi. Ecco che quindi ci affidiamo ai sistemi di sicurezza, dagli anti-virus agli esperti di safety aziendali o esterni, con il risultato che l’aggressività della cura riduce la qualità della nostra vita peggio della malattia: macchine lente, perdita di libertà di movimento, costi continui, rallentamenti operativi…

Eppure quando guardiamo i nostri figli o i nostri nonni ci viene difficile pensarli abitati da tutti questi ospiti sgraditi e soprattutto privi di quell’identità che trascende le parti che la compongono. Per Paracelso, diversamente che dai nostri medici meccanicisti, l’uomo privato dell’energia vitale da intendere come forza organizzatrice o élan vital, non è più uomo, non essendo più abitato dallo spirito divino. Ogni parte di noi, ogni cellula ha un suo direttore d’orchestra che fa girare le cose nel modo giusto perché tutte le parti che agiscono in essa suonino la stessa musica all’unisono; poi ci sono i direttori d’orchestra del tessuto che fanno suonare quelli delle cellule all’unisono e poi quelli degli organi e così via. Sopra tutti questi c’è l’individualità della persona, la sua vita, il suo spirito o come lo si vorrà chiamare. Forse, anzi, sicuramente non è che un livello qualsiasi di una sinfonia o di un OM senza fine, ma in quella luce degli occhi ognuno si proietta e si identifica. E per questo possiamo ritenere che la società e la cultura a cui apparteniamo forniscano delle garanzie di fronte a questa parcellizzazione suicida a cui ci ha condannato la creatività della comunità scientifica umana.

Ebbene no, non soddisfatti di questo assedio alla nostra libertà, hanno trasferito l’idea del gene anche al dominio del pensiero sociale, della comunicazione e della convivialità traslando il modello materiale del gene in uno astratto come il meme. Il Meme rappresenta il corrispettivo di quello che in fisica si definisce anti-materia, come possibilità alternativa alla realtà a noi nota ma che nonostante tutto può essere rappresentata e ricercata per la semplice ragione che la fisica, prima delle altre scienze, ha trasformato la metafisica dall’essere la sua negazione a diventare una delle sue condizioni di esistenza, una proprietà, pagando per questo il caro prezzo di un compromesso con la propria identità perdendo la sicurezza tutta euclidea della solidità che faceva da sinonimo al sostantivo della “fisicità”.

Anche la biologia con l’introduzione di concetti come quello di “meme” sta rischiando grosso: il meme da mattoncino fisico in grado di spiegare lo spirito rischia di trasformarsi nel corrispettivo spirituale del gene in grado di spiegare la vita. Questo anche a dispetto delle religioni che invece hanno da sempre esaltato l’uomo come essere eletto, ma soprattutto come sistema premiante-punitivo dell’Io.

Infatti, lungi dal giustificare l’Io, il meme lo sminuisce divenendo il testimone dei fenomeni della vita, ovvero quello che chiamiamo “coscienza”, non certo facendo riferimento ai suoi connotati moraleggianti da confessionale, quanto al riferimento ai suoi “stati”. La termodinamica e poi la relatività ci hanno insegnato che “nulla si crea e nulla si distrugge”. Tuttavia, nel nostro modello scientifico di allora c’erano solo due stati: la materia e l’energia. Una poteva trasformarsi nell’altra a differenza zero, entropia permettendo. Ma c’erano altre dimensioni che, nonostante “il materialismo a tutti i costi” abbia sempre cercato di comprenderle in quelle due variabili, non potevano assolutamente starci a meno di negare la nostra capacità di percezione e di significazione e con essa la scienza stessa. Se i sistemi tendono ad uno sviluppo entropico è perché non obbediscono più ad una variabile organizzativa. Questa può venire intesa come un’energia simile alla forza gravitazionale, ma questo è uno strumento che non risponde dei criteri per cui viene esercitato. La questione diventa ancora più spinosa se parliamo di consapevolezza o coscienza, appunto: una formulazione più corretta di quanto vide a suo tempo Descartes non sapendo trovare un termine migliore del “cogito”. Possono avere infatti ragione i detrattori di quel principio di fede metodologico nel dire che il pensiero può essere considerato un prodotto della fisiologia, anche se al di fuori della mente il pensiero ha una sua legittimità esterna al soggetto che l’ha pensato e lo stesso può valere per la storia del pensiero e per la storia stessa. Ma la “coscienza”, di che materia sarebbe fatta a coscienza? Possiamo pensarla come un prodotto, ma una volta prodotta, di che materia sarebbe fatta? L’unica alternativa rimasta è quella di negarla considerandola un’astrazione di fenomeni fonetici, visivi e così via, ma in questo modo si ridurrebbe l’intera storia ad epifenomeni sensoriali facendo perdere di qualunque significato la realtà e la verità sulla cui esistenza si basano le fondamenta stesse dell’attività scientifica.

Ecco che l’immissione del meme può consentirci una scienza della fisica e della biologia della coscienza, ma anche un principio riduttivo o relativizzante della termodinamica fisica e biologica.

Apprendimento e Consapevolezza vs. Meme e Ipnosi

meme5Un certo intendimento della tecnica dell’Ipnosi sta facendo breccia nei nostri tempi laddove Freud la combatté a favore di un principio escatologico-terapeutico: soffrire per liberarsi dal peccato originale. La lettura che il suo contemporaneo Janet fece della psiche e dell’ipnosi sembra doversi risvegliare dalle ceneri del tempo per essere recuperato dal cognitivismo di terza generazione e dalla post-cibernetica dell’ipnosi costruttivista.

Tutte queste tendenze sembrano avere in comune, da un lato la rappresentazione del soggetto come una composizione di soggetti, o “parti” (che ebbe origine con la Psicoterapia della Gestalt e la Psicologia dei Costrutti), dall’altro la presa di distanza dal dominio del contenuto come piano assolutamente addirittura ultra-soggettivo: ovvero, neppure il cliente è in grado di conoscere il manuale dei significati della sua vita e quindi sarebbe assurdo che l’etnologo della mente arrivasse con specchietti e collanine a dire che lo possiede lui, quando probabilmente ognuna delle sue parti, ogni micro-direttore d’orchestra ha la sua.

Per questo l’operatore ipnotico o l’ipnoterapeuta dialoga con l’inconscio che altro non è che la derivata delle ragioni delle intelligenze che compongono il vivente, le ragioni delle sue “parti”.

Questo percorso rischia di diventare un facile specchietto per le allodole, in quanto nega che la coscienza possa essere soggetta a trasformazioni. Queste trasformazioni possono riferirsi a due processi:

– quello dell’Assimilazione o Consapevolezza, ovvero la sistematizzazione della presa di coscienza acquisita, ovvero l’organizzazione dei motivi dissonanti dell’intero che chiamiamo soggetto o persona

– quello dell’Apprendimento e specialmente del Deuteroapprendimento, ovverosia la capacità di imparare ad imparare, di trasformare il processo acquisito dall’esperienza vissuta – anche mutuata dall’aiuto – in produzione di esperienza funzionale alla riorganizzazione del significato comune delle parti.

In definitiva, l’ipnosi che si veda estranea all’assunzione della responsabilità di prendere coscienza e di apprendere il cambiamento non è meno negativa della psicoterapia che punti a colonizzare l’altro plagiandolo al pari del buon selvaggio di antropologica memoria.

Nuovo a tutti i costi

È così che il desiderio dei clienti degli ipnoterapeuti di poter cambiare senza far fatica e soprattutto senza assumersi la responsabilità del processo arriva a degli estremi del lassismo coniugato con l’ipertrofia narcisistica dell’Io nel rinvenire le tracce di eternità nell’ipnosi regressiva e addirittura in quella progressiva, alla ricerca di passate e future reincarnazioni.

Non intendo criticare questo approccio avendo io per primo condotto ricerche in questo senso almeno trent’anni fa con risultati interessanti e talora stupefacenti. Il punto non è che possano emergere fenomeni riconducibili ad altre esistenze, il che ritengo possa avvenire in molti casi, ma che ci sia una continuità di identità fra le due persone: quella attuale e quella posta in un altro momento. Addirittura l’idea di tempo secondo alcuni fra cui il sottoscritto sarebbe una dimensione che ha senso solo all’interno della vita vissuta e non certo in possibili dimensioni intermedie o in una continuità sequenziale.

Quello che conta è comprendere che quello che può ragionevolmente trasferirsi da una vita ad un’altra non è un Io, ma casomai una Coscienza.

Potremmo definirle le basi memetiche della coscienza, processi di trasferimento che hanno luogo anche nella transe, ma non solo, in qualsiasi rapporto intensamente coinvolgente tra persone o fra parti (che da un certo punto di vista è dire la stessa cosa).

Esiste una funzione fondamentale per chi presta aiuto in questo periodo che attiene ad una scala di valori fondamentale per il pugno di precetti su indicati, una funzione educativa che contrasti la perdita di consapevolezza, di governo degli stati di coscienza.

Oggi sembra che non ci sia più nulla che abbia ragione di superare il consumo immediato. Ognuno tende a comprare il nuovo a tutti i costi a prescindere da quello per cui potrebbe essergli utile. Un passo di Thomas Stearns Eliot recita “Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo? / Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo? / Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?”. Chi crede nel meme della saggezza non deve metterlo al servizio dell’arroganza degli accademici, della presunzione delle comunità scientifiche asservite ai risultati economici o di potere; ma la conoscenza è ancora un bene quando la sua alternativa è l’informazione, vista come la continua ricerca di una novità dall’esterno che sia portatrice della situazione desiderata senza dover coinvolgerci la propria esistenza. La fame di “Nuovo ha caratterizzato il XX secolo per quante innovazioni vi hanno avuto luogo, tante quante la storia non ha visto per millenni. Ma questi anni di successo hanno reso “il Nuovo” una droga e ci hanno fatto dimenticare i sacrifici che tutto questo è costato nei secoli.

La memetica di Michele

meme7Esistono delle dimensioni di cui dobbiamo farci carico se non vogliamo che le malattie abbiano la meglio su di noi e sui nostri figli.

Il padre dell’antroposofia, Rudolph Steiner, in una conferenza dei primi anni del ’900 spiegò che lo spirito dei tempi sarebbe passato nelle mani degli Stati Uniti che avrebbero raggiunto vette impensate dello sviluppo tecnologico nella metà del secolo portando incredibile benessere. Tuttavia, spiegò, questi traguardi avrebbero messo a repentaglio l’appartenenza alla cultura umana e la prima conseguenza di questo fenomeno sarebbe stata la diffusione di uno stato di malattia cronico e delle epidemie.

Nel suo pensiero l’uomo occupa il centro del simbolo della Croce (in maniera analoga all’Uomo Vitruviano o alle Mappe Taoiste): la sua funzione è quella di bilanciare dinamicamente l’equilibrio fra due forze contrastanti negative proprio per il loro estremismo ognuna delle quali ignora l’altra esasperando le proprie istanze. Le dittature e le febbri rivoluzionarie mirano all’affermazione di ideali ambiziosi, unilaterali, superbi, ciechi… in definitiva che spingono l’Io ad affermarsi molto al di sopra della propria condizione naturale: egli chiamava questa forza “luciferica”.

Al contrario, questi tempi sarebbero caratterizzati dal prevalere della forza Mefistofelica o Arimanica, che tende a spingere ogni cosa verso il piano materiale, negando ogni principio spirituale: panem et circenses! Grandi allevamenti umani e stabulari per fare diventare sempre più grassi i padroni della Fattoria degli Animali orwelliana e sempre più rassegnati in balia degli automatismi gli animali della stessa.

A brandire la spada che difende la centralità e l’equilibrio caratteristici della natura umana sarebbe la forza arcangelica di Michele, un mitologema – o un meme dominante – al quale dovremmo dirigere le nostre coscienze per far sì che le metafore dei tempi a venire si trasformino in missioni di vita equilibrata e non di suicidio dell’anima della specie.

Conclusioni

meme8In quest’epoca di transizione che alcuni chiamano il passaggio all’Era dell’Acquario ci troviamo ad un punto di svolta del cammino della nostra conoscenza e della cultura occidentale. Smettere di pensare che siamo importanti in onore di quel patto che il suo Signore strinse con Abramo, di rendere la sua progenie più numerosa delle stelle che vedeva in cielo ci potrà contemporaneamente guarire dalla paura del piccolo, grande come quei puntini luminosi che per Hegel non facevano altro che butterare il cielo.

Non erano poi così numerose le stelle che Abramo vedeva in cielo, ma se una galassia può stare in un ciondolo di gatto come recitava ironicamente la più che profonda scena di Men in Black, il numero possibile delle stelle del cielo non può essere verosimilmente ospitato in nessuna mente, neppure digitale. D’altronde, se ogni stella si replica all’infinito nei suoi frattali nello stesso modo di un suo riflesso della terra, tutti i geni di tutti gli esseri viventi sono identità e ogni meme della società e della persona è una coscienza: uno spicchio di infinito o addirittura il suo generatore; che importa!

Questi pensieri portano a quello che Roger Caillois chiama gioco della vertigine, ma questo non deve spaventarci, perché ci consente di decentrarci liberandoci dalle nostre responsabilità nel momento in cui scopriremo quanto superstiziosa e sbagliata sia l’idea di possesso e attaccamento all’Io. Potremmo spostare finalmente il nostro atteggiamento scientifico dalla ricerca di una verità che non potrebbe essere altro che ricorsiva a quella narrazione che comincia con la straordinaria risposta che il grande elaboratore immaginato da Gregory Bateson per risolvere i più insondabili quesiti diede allo scienziato:

«Ti racconterò una storia…».

Ma non dobbiamo pensare di poterci rilassare e dormire sonni tranquilli: sulla corda tesa tra l’animale e il superamento della condizione umana immaginata da Nietzsche, siamo nel punto dove il filo si fa più sottile e noi, invece di dimagrire negli ultimi secoli siamo troppo ingrassati per non dubitare che quella corda possa reggerci: davanti c’è un domani che potrebbe essere – temporaneamente almeno – un paradiso, ma sotto c’è l’inferno del fallimento della specie.

Che cosa accadrà? Dove andrà a finire tutto il nostro sapere sensorialmente basato?

Come l’invenzione del modello atomico poteva portarci alla distruzione o alla crescita, queste finestre aperte sul codice della vita possono definitivamente seppellirci nella fossa di uno stolido meccanicismo materialista oppure offrirci una nuova variabile, la dimensione della coscienza collettiva e del potere che può esercitare nel mettersi in relazione con quelle spaziali e temporali, fino a rendere relative anche le nostre più indiscutibili certezze: la nascita, la morte, l’identità.

Ennio Martignago

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