Quando uno sconosciuto lascia questo mondo materiale a essere in lutto sono i familiari e gli eventuali amici che lo conoscevano, quando muore un filosofo dovrebbe essere l’intera umanità a soffrirne la perdita ma così non è. Mi piace ricordare John Jamieson Carswell Smart[1], deceduto lo scorso 6 ottobre[2], che ha teorizzato un’etica comportamentale basata sul cosiddetto utilitarismo degli atti in grado di dare una risposta plausibile alla natura dei memi.

All’iniziale utilitarismo di Jeremy Bentham – una sorta di soddisfazione dei bisogni – cui John Stuart Mill contrappone un utilitarismo della norma o delle regole – una specie di felicità intellettuale – Smart oppone un utilitarismo degli atti, così denominato, però, da Richard Booker Brand. Scopo dell’utilitarismo è il raggiungimento del massimo benessere collettivo. Esso può essere ottenuto mediante l’osservanza di regole generali di comportamento stabilite a priori o, come ritiene Smart, mediante degli atti effettivamente agiti. Smart ritiene che le regole, fissate in anticipo, ignorando le conseguenze dei futuri comportamenti concreti, non sono in grado di conseguire l’obiettivo sperato. Ad esempio parlando di gelati i quali sono un must, soprattutto durante la stagione estiva (ops! mi è sfuggito un meme involontario), preferisco due gusti – cono o coppa non ha importanza: crema e stracciatella, sempre gli stessi due.

“Che noia!!”, direte voi.

“Che buoni”, dico io.

È vero però che a volte mi lascio tentare da altri gusti ma di solito in accoppiata con uno dei due: per esempio, crema e nocciola oppure stracciatella e pistacchio. È con questa regola che una volta ho assaggiato, e mai più lo farò, il gusto del gelato al mango: si tratta di quei momenti in cui si dice di sì e si vorrebbe dire di no.

Secondo l’utilitarismo delle regole, siccome il frutto non mi dispiace, avrei dovuto gradire anche la versione gelato. Sono convinta cioè che solamente l’esperienza, gli atti concreti producono benessere, nel senso di conoscenza, mentre le regole si rivelano astratte se slegate dagli atti che le realizzano. Per Smart «l’unica ragione per fare un’azione A piuttosto che un’azione ad essa alternativa B è che facendo A renderemo l’umanità (o, forse, tutti gli esseri senzienti) più felice di quanto l’avremmo resa facendo B […] Ci troviamo di fronte una tesi così semplice e naturale che molti lettori potrebbero facilmente condividerla. Infatti […] mi rivolgo ad uomini e donne simpatetici e benevoli, cioè ad uomini e donne che desiderano la felicità del genere umano…»[3]. È davvero arduo contraddire questa riflessione, considerando inoltre che il valore morale degli atti dipende dalle conseguenze che producono gli stessi. Quante volte, a seguito di un’azione a lungo abbozzata nella nostra mente, c’è capitato di conseguire un risultato diverso da quello previsto?

Questa concezione di Smart possiede anche un’indubitabile valenza universalistica perché potrebbe trovare riscontro anche oltre i confini del genere umano e valere, quindi, anche per gli altri esseri viventi. Richard Dawkins, da buon etologo, dichiaratamente ateo, – divenuto popolare per aver battezzato una nuova forma di replicatori: i memi – parla, infatti, del comportamento degli animali, ivi compreso l’uomo.[4]

La nostra appartenenza al mondo animale viene detto con chiarezza nell’introduzione de La scimmia nuda di Desmond Morris quando afferma che «esistono 193 specie viventi di scimmie con coda e senza coda; di queste, 192 sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è auto-chiamato Homo sapiens».

Del resto già il primo utilitarismo di Bentham è stato utilizzato per sostenere, più che legittimo, un “diritto degli animali” come propone Peter Albert David Singer nella Liberazione animale.

Non penso che l’uso della parola, peculiarità dello scimmione nudo, sia sufficiente a giustificare una presunta superiorità sulle altre bestie anche in considerazione della gratuita malvagità di cui è spesso vittima o carnefice: la Storia umana è piena di accadimenti brutali. Quindi non condivido l’affermazione di Dawkins quando afferma che «fra gli animali, l’uomo è l’unico a essere dominato dalla cultura e da influenze apprese e trasmesse» mentre sottoscrivo quanto sostiene John Tyler Bonner per il quale esiste «un sistema di trasmissione denominato “meccanismo evolutivo determinato geneticamente” […] l’anello che unisce la trasmissione biologica a quella culturale e, come tale, principio di coevoluzione […] comune a tutti gli animali e, conseguentemente, viene giudicata arbitraria l’attribuzione esclusiva all’uomo della capacità di creare cultura: la specie umana non è la sola a creare cultura»[5]

Venendo ai memi, poiché ritengo si stia vivendo un periodo in cui si mira, tendenzialmente, a comprendere troppo o troppo poco comportamenti incomprensibili, a sminuire invece la responsabilità del soggetto che si rende autore di fatti assurdi, non mi appartiene una teoria per la quale degli agenti replicatori competono tra di loro per entrare nel maggior numero di cervelli possibili per renderci veicoli della loro esistenza e sopravvivenza. Propongo, invece, una lettura alternativa all’egoismo dei memi: mi piace pensare che il loro utilizzo da parte degli esseri umani, e universalmente di tutti gli esseri viventi, possa beneficiare il sistema limbico come una sorta di meccanismo premiale. In poche parole, se ascolto una bella canzone, mi sento appagata: tutto qua.

Se Deepak Chopra ritiene che «lo scopo della vita, l’obiettivo che racchiude qualsiasi altro traguardo, è l’espansione della felicità»[6] allora possiamo pensare che gli strumenti di cui ci serviamo abbiano sia uno scopo immediato che un secondo fine: per esempio, il linguaggio – verbale ma anche non verbale – ha come scopo primario la comunicazione e un interesse non dichiarato come la felicità. Ai Weiwei, come recita wikipedia: artista, designer e attivista per i diritti umani cinese, in una recente intervista rilasciata al TG3 di qualche giorno fa, ha dichiarato che «ognuno ha il diritto di esprimersi liberamente: la libertà di espressione è strettamente legata alla felicità degli uomini. Quando una società, costantemente, pretende che ciascuno rinunci a questo diritto, questa società rinuncia ad essere felice».

Nulla da obiettare sulla consistenza oggettiva dei memi, concordo con quanto diceva Dawkins, approfondito da Susan Blackmore[7], riproposto da Pascal Jouxtel[8] ai francesi e da Francesco Ianneo[9] agli italiani. (Anzi credo si possa aggiungere che persino i nostri stessi cognomi non siano altro che memi, costatato che si tratta di denominazioni legate esclusivamente alla cultura del popolo che li ha prodotti, alla stessa storia – professionale, migratoria, genetica – delle persone o delle famiglie). Ciò su cui nutro qualche dubbio è la natura di soggetto che viene riservata ai memi, alla stregua dei geni. Non credo proprio siano i memi a renderci come siamo, quanto piuttosto noi che produciamo e selezioniamo i memi che ci sono utili e vantaggiosi; in ultima istanza, che più ci rendono felici.

Usiamo i memi e i complessi memici perché ci rendono felici. Chiacchierare con gli amici ci rende felici; comunicare in maniera idonea al raggiungimento di un obiettivo ci rende felice, perché capace di adottare un’efficace competenza linguistica, prossemica e di comunicazione non verbale finalizzata al soddisfacimento di un nostro obiettivo; forgiare un gergo comprensibile solamente a una ristretta cerchia di persone ci rende felici, perché sappiamo “giocare con le parole”, economizzare con esse per raggiungere un obiettivo con il minimo sforzo, ottenere un’intesa con coloro che lavorano al nostro fianco; citare un vecchio adagio ci rende felici perché ci sembra di essere giudiziosi nel saper riproporre una saggezza antica tramandata per generazioni. Quando siamo piccoli, siamo felici nel credere che esista la befana o babbo natale e, quando cresciamo, siamo felici nel poter credere che esista, da qualche parte nei cieli un Dio che possa fare giustizia del male e retribuire i giusti.

Siamo portati a usare i memi benevoli e cerchiamo di evitare quelli ostili e malvagi. Non dovrebbe essere difficile accettare come universale la regola d’oro riportata in Luca 6:31 «Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro».[10] Ma alle vocine, che già sento, di Dawkins e della Blackmore che mi dicono che anche ciò è un meme, rispondo: «Sentite voi due, a qualcosa bisogna pur credere per vivere!»

Il Ludwig del titolo è Ludwig Wittgenstein. I muratori sono i due lavoratori edili, di cui parla Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche, i quali servendosi di un linguaggio elementare – limitato a termini come mattone, pilatro, lastra e trave – s’intendono alla perfezione su come eseguire una costruzione in muratura. Probabilmente è la stanchezza, derivante dal faticoso lavoro, a rendere conveniente l’uso di un linguaggio sintetico: nell’impossibilità di rendere meno gravoso lo sforzo fisico, essi risparmiano nella comunicazione. Voglio immaginare, però, che questo atteggiamento sia voluto e non inconsapevole; e che, soprattutto, questa stringata espressività sia manifestazione di una volontà di rendere la propria prestazione più utile ed efficiente.

I due muratori assomigliano al protagonista del romanzo La chiave a stella di Primo Levi. Libertino Faussone, questo il nome del personaggio, è un operaio specializzato, fiero delle proprie capacità, che si realizza svolgendo, e amando, il proprio lavoro, anche se è un lavoro duro, che mette a repentaglio la sua vita, che lo porta a girare il mondo. Levi, mediante la voce di Faussone, ritiene l’amare il proprio lavoro la migliore approssimazione alla felicità.

Anche i muratori di Wittgenstein amano il proprio lavoro e, per questo, sono felici.

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/john-jamieson-carswell-smart/

[2] Dalla pagina 33 de La Stampa del 19 ottobre 2012.

[3] Smart J.J.C. & Williams Bernard (1985) Utilitarismo: un confronto, Bibliopolis, Napoli, pag. 59.

[4] Dawkins Richard (1992) Il gene egoista, Mondadori, Milano.

[5] Mancarella Angelo (2010) Evoluzionismo, darwinismo e marxismo, Tangram, Trento, pag. 61.

[6] Chopra Deepak (2009) Le 7 chiavi della felicità. Un viaggio verso l’illuminazione e la gioia, Sperling & Kupfer, Milano, pag. 1.

[7] Blackmore Susan (2002) La macchina dei memi, Instar libri, Torino.

[8] Jouxtel Pascal (2010) Memetica, Bollati Boringhieri, Torino.

[9] Ianneo Francesco (2005) Memetica, Castelvecchi, Roma.

[10] http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PV2.HTM

Carmela Nardella
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