L’idea di non-luogo

Il concetto di non-luogo coniato dal’etnologo francese teorico della SurmodernitàMarc Augé, fa il paio con altre figure del post-modernismo, come quella di liquidità del Zygmunt Bauman.

Questa parola, adottata ormai anche dai comuni dizionari, descrive quegli spazi che hanno perso una precisa connotazione umana essendo ambienti dove prevale una scarsa definizione, che non nascono per una specifica attività delle persone, ma spesso per ospitare una potenzialità, un tempo e un’azione sospesa, all’interno dei quali gli esseri si muovono in qualcosa che di fatto è in tutto e per tutto una transe.

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Viene facile pensare agli ambienti di transizione, come le sale d’aspetto (l’idea di una “sala d’aspetto” mette in evidenza il prevalere dell’organizzazione rispetto all’azione: un luogo nato per “agire l’attesa”), gli autobus o i metro, le code in tangenziale… dove i viaggiatori lungo l’itinerario hanno almeno parzialmente sospeso la propria identità sociale quotidiana, salvo acquisirne una specifica rispetto alla frequentazione ricorrente di quell’ambiente; gli Apple Store dove la gente vaga di tavolo in tavolo, non per comprare ma per rimanere; una transe vicina a quella che si prova nei centri commerciali, ma anche nei casinò o nei bingo…. In tutti questi casi l’identità dell’ambiente prevale su quella dei soggetti trasformati in astanti, figuranti: è la casa ad essere il padrone di casa. Tuttavia, per estensione potremmo considerare come non-luoghi i social network, anche se l’aspetto spaziale qui viene ridotto al minimo, ma non per questo la sospensione temporale o la riduzione del protagonismo ad un frequente solipsismo o a dialoghi immaginari. Questo avviene perché un non-luogo è essenzialmente un evento psichico (o psicosociale) al di fuori del quale il luogo non ha alcuna dignità d’esistere.

Il non-luogo della transe

L’idea del non-luogo come transe può essere ragionevolmente ribaltata. Si può a ragione affermare che nell’induzione di transe si vada a realizzare una dislocazione in un non-luogo, ovvero in una dimensione di annullamento delle coordinate spaziali e conseguentemente di quelle temporali (che non esistono una senza l’altra).

La funzione della transe, fin dai riti sciamanici o dalle tecniche estatiche, è stata da sempre quella di sottrarre la mente alla sua individualità storica e sociale. Si va in transe per ridurre il controllo dell’Io (che in moltissime occasioni ho ripetuto essere una variabile del linguaggio assurta a soggetto sociale, identità).

Nell’ipnosi si è frequentemente sostenuto di portare il cliente a contatto con l’inconscio, ma la contestazione dell’ingenuità epistemologica di questa formulazione è uno dei capisaldi teorici di NuovaIpnosi.

La sudditanza dell’ipnosi alla natura molare del modello scientifico della modernità è evidenziata proprio dal bisogno di riempire di “sostanza” una dimensione per giustificarne l’esistenza o, più precisamente, per potervi fare ricorso. La fisica post-moderna da tempo considera di avere a che fare con dei modelli che non hanno necessità di “esistere” nella realtà percepibile, gioco forza costituita di oggetti dotati di volume o almeno rappresentati in quanto tali. Anche la fisica si sta “matematizzando”, ovvero spostando su modelli fattuali che fanno riferimento su teoremi simbolici o concettuali caratterizzati dal fatto di venire “fatti funzionare”, verificati in base alla rispondenza interna al modello stesso.

L’inconscio che non è in noi

IMG_1844Per tornare a noi, è una notazione dell’infanzia del pensiero quella di tante scuola di ipnosi che considerano l’inconscio come un soggetto (“fatti aiutare dall’inconscio”, “ascolta il tuo inconscio”) – al di là di una comprensibile allegoria linguistica atta a favorire la relazione con clienti che nulla sanno di epistemologia (ma nello stesso modo si potrebbe evocare gli Chtoniani immaturi non ancora mutati o i Cuccioli Oscuri di Shub-Niggurath, la Prole informe di Tsathoggua, la Razza di Yith, Shantaks, Byakhee, Ghoul, Ghast, Gug, o Mi-go…).

Meno ancora comprensibile è la cerebralizzazione dell’inconscio, il volerlo collocare in questa o in talaltra struttura encefalica soprattutto in una patente impossibilità di definirne delle caratteristiche funzionali. Si comprende bene come delle funzioni così apparentemente definite del comportamento, come udito o vista, non sono che delle grossolane generalizzazioni al fine di rendere un processo allocabile in una qualche struttura emisferica utili per i giornalisti di divulgazione funzionali al sistema mediatico: figuriamoci definire per poi collocare l’inconscio!!! La cosa risulta ancora più grossolana nel momento in cui l’identificazione delle funzioni comportamentali e, più in generale, mentali nell’organo intracranico sta lasciando il posto ad una visione più allargata.

La lettura più timida nei confronti della scienza moderna prende in considerazione le strutture neurologiche periferiche e il chimismo ormonale come protagonisti non-incidentali della natura e dell’elaborazione del comportamento, ma non è più considerato un azzardo parlare del ventre come secondo (se non primo) cervello, della distribuzione microcellulare delle scelte dell’organismo e soprattutto del microbioma (gli ospiti di quel corpo che erroneamente insistiamo a considerare nostro) nella loro natura cellulare, ma — perché no — anche in quella proteica (DNA, Virus, retrovirus…), senza spingerci (fatto che personalmente non considero una bestemmia!) a comprendere l’ipotesi memetica.

Il non-luogo dell’inconscio

In ultima analisi, quello che la NuovaIpnosi va affermando (e che è oggetto di un paperback in corso di realizzazione) è che il concetto di inconscio è un artificio retorico.

“Chiamare è far esistere” in qualche forma ancora difficilmente definibile e sulla quale è di per sé impossibile un vero e proprio accordo, è il principio stesso presente nelle tecniche evocative delle religioni, fino alla figura ebraica del Golem, antesignano degli attuali robot e di Internet stessa.

Nel richiamare l’inconscio si fa riferimento ad un non-luogo. Un passaggio, questo che segue, comprensibilmente difficile ai più che pertanto possono continuare a pensare al nostro inconscio Chtoniano un po’ new age e buonista.

In definitiva, non si deve pensare che un non-luogo sia una truffa teorica o un errore: in fondo è come se esistesse il “luogo non-luogo”, proprio come nei modelli di Augé citati all’inizio, solo che a proposito di “inconscio” il piano spaziale di cui ci stiamo occupando è diverso da quello degli ambienti urbani e sociali.

Il fatto che la conoscenza umana non sappia definire degli eventi, dei fatti, delle sostanze, seppure anche solo in via astratta, non deve apparire strano a nessuno. Così, non avrebbe senso affermare che ciò che questi fatti, per il solo motivo che non sappiamo definirli — pur potendoli osservare — non “esistono”.

Nello stesso modo, non può essere escluso che esistano dei fenomeni che sono estranei ai nostri strumenti di osservazione: pensiamo soltanto ai limiti di riconoscimento di entità cellulari che precedettero l’introduzione dei microscopi. Questo non vuol dire che l’umanità prima dei microscopi non avesse un’idea di realtà incontestabile che non prevedeva, né aveva bisogno di far ricorso a microbi e virus per trovare una spiegazione che escludeva repliche o smentite.

Ebbene, se ci portiamo all’idea del mondo che poteva avere un australopiteco ci possiamo rendere conto di quanto possa essere gigantesca la vastità di questo scarto: non ritengo di bestemmiare affermando che è difficilmente quantificabile. Immaginiamo che quanto l’australopiteco non poteva vedere di quello che vediamo noi abbia un nome, diciamo “Gualtiero”, potremmo definire che lo scarsamente quantificabile Gualtiero, lungi dal non esistere, abbia una sua ben precisa, anche se enorme, identità.

Ora, ammettiamo che la “mappa” della conoscenza umana odierna, che non potrà mai essere “il territorio” della realtà extra-osservabile, sia paragonabile a quella dell’australopiteco se confrontata a quella dell’uomo di qualche migliaio di anni più in là (ricordate che la curva dell’apprendimento degli ultimi secoli ha avuto un’impennata senza alcun paragone nella storia dell’umanità), fra un po’ di anni potremmo avere a che fare con “2 Gualtieri”. Tutti questi Gualtieri sarebbero dei soggetti-non-soggetti (oltretutto sarebbero “il pensato” e “il pensatore” nello stesso istante).

Dall’inconscio all’ipnosi e ritorno

IMG_1846Spostiamo questo ragionamento nella conoscenza di sé che comunemente chiamiamo mente individuale. Non sto a rinvangare il principio che dovrebbe essere assodato che la mente ha con il territorio reale un rapporto rappresentativo: ovverosia quella che noi pensiamo è sempre la mappa della realtà e non la realtà osservabile stessa. Allarghiamo il nostro pensiero e immaginiamo che esiste una realtà di gran lunga superiore a quella rappresentata dalle nostre mappe. Quanto potrebbe essere superiore? Ognuno è libero di pensarla come vuole in proposito, ma solo per fare un paragone, pensiamo a quella che potrebbe essere l’idea del pianeta per un antico Celtico e confrontiamola con l’idea di Universo in espansione di un astronomo contemporaneo e dovremmo avere una seppur pallida proporzione. Immaginiamo, per finire, che invece di essere solo uno scenario avvincente ma inutile tutto questo delta esistente fra i due nostri esempi, sia una dimensione fattuale, ovvero un attore, invece che un fondale dell’esistenza, quali potrebbero essere le implicazioni di questo pensiero.

A questo punto pensiamo allo scarto fra la mappa della realtà dell’uomo di oggi e “il territorio fattuale” potenzialmente esistente qui e ora e sempre e diamo un nome a questa differenza.

Per come la penso io, non riusciremmo affatto a calcolare il numero di Gualtieri che ne deriverebbe, tuttavia di certo il saperlo non mi cambierebbe di molto la vita. E se invece di chiamare 1n Gualtieri  questo inosservabile attore potenziale che avrebbe un numero non precisato o precisabile di possibilità di intervento su di noi, pensieri compresi, gli dessimo un nome, quale potrebbe essere?

Io, nel frattempo che ci pensate lo chiamo “Inconscio” e constato che da millenni, nonostante non lo si sia ancora “scoperto”, ci stiamo già facendo delle cose, anzi, proprio tante. Molte di queste abbiamo imparato a farle con l’ipnosi e l’ipnosi ci ha insegnato la strada per avere sempre meno bisogno di certi rituali che appartengono al modo con cui l’abbiamo conosciuta, nonostante non sia proprio il caso di buttare via niente.

Orbene, come dicevo prima, non abbiamo affatto bisogno di andare ad “agganciare” questo nome ad altre sostanze o formule poco precisate ma scientificamente di moda (quanti, onde tetha, memi…) per avere a che fare con un’identità che possiamo inserire nelle nostre operazioni conoscitive e perfino legate a quel retaggio di modernità che è la vetero-scienza. La matematica ha un valore preciso ∞ per un simbolo che chiamiamo infinito e che, proprio in matematica, possiamo definire in molti modi, meno che privo di esistenza o sbagliato.

L’inconscio può essere altresì considerato un ∞ con la proprietà di agente, in grado quindi di intervenire nelle nostre vite e di modificarle e la storia dell’ipnosi e non solo stanno a dimostrare che possiamo essere in grado di sviluppare delle relazioni con  ∞.

Qualcuno avrà già sentenziato che questa è la riscoperta di Dio e che tutto ciò assomiglia tanto a una nuova religione.

Personalmente penso che negare questa visione a vantaggio di microsaperi sia la vera religione. Anzi, direi che si tratta piuttosto di presuntuosa superstizione.

Fortunatamente, seppure in modo molto limitato, ognuno di noi può scegliere di pensarla come crede ragionando con la propria testa o affidandosi all’autorità istituzionale a priori.

Ennio Martignago (già apparso in NuovaIpnosi)

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