liberi1Esiste un vero e proprio universo parallelo costituito dai trattamenti cosiddetti “alternativi” alle cure tradizionali note con l’etichetta di “terapeutiche”: si va dai comuni consigli dell’erborista, ai massaggiatori vari, ai counselor, per non parlare di carismatici, paragnosti, cartomanti che esercitano di fatto attività simili. Una legge dello scorso dicembre di cui riferiamo dopo l’interruzione, nel disciplinarle di fatto le legittima e le istituisce, rispondendo a dei requisiti europei, ma anche scontentando tanti e facendo felici pochi: non solo gli stessi professionisti che fino a ieri potevano vivere felicemente nel sottobosco dell’ambiguità e che oggi devono mettersi in regola formalmente e fiscalmente, ma anche il fin troppo ampio panorama di disoccupati intellettuali che hanno dovuto studiare, spendere e faticare non poco per conquistare il diritto ad esercitare una professione rispettabile.

Appartengo a coloro che per mantenersi rendendosi utili al prossimo hanno dovuto laurearsi, seguire numerosi costosi percorsi formativi e sostenere diversi esami e concorsi. Se fosse esistita questa legge già allora forse non l’avrei fatto; o forse sì. Ma oggi che in teoria sarei fra i privilegiati, non mi sento per questo defraudato di alcunché. Ora vorrei occuparmi esclusivamente della parte legata alla salute e alla cura di questi vecchi “nuovi” professionisti, dichiarandomi fin da subito fra coloro che difendono il proprio diritto di credere alle fiabe o alla comunità scientifica in tutta libertà, avendo nella mia non breve vita visto di tutto, ivi compreso le peggio nequizie da parte di fin troppo rispettabili consessi accademici o sanitari. Poi si viene ai clienti, e qui nascono due indirizzi di pensiero: vi sono quelli che temono la diffusione di pratiche selvagge e dannose e quelli che invece vedono riconosciuto il loro sacrosanto diritto a rivolgersi ai fornitori di servizi che più aggradano senza che un qualche organo di polizia decida quello che possono o meno fare e se siano più o meno sani di mente nel farlo.

Il fatto è che, come ben descritto da studi come “La nascita della clinica” di Michel Foucault, o “Nemesi Medica” di Ivan Illich, la medicalizzazione della società ha espropriato le persone occidentali della legittimità di esprimersi ad un’infinità di saperi, espropriando la materia di cui si occupavano per ascriverla al contesto terapeutico, ovvero imputando l’avvenuto a cause patologiche, in poche parole “malattie”. Questo senza che nessuno dei più attuali sistemi di legittimazione scientifico-epistemologica (da Popper in avanti) possa sentirsi riconosciuto.

Tuttavia, se vogliamo che siano rispettati i criteri degli “alternativi” bisogna fare altrettanto con quanti pensano che la malattia o il peccato siano all’origine della natura animale e quindi umana.

Chi non rispetto sono coloro che sfruttano l’affermazione, per quanto discutibile, del principio della patologia per esercitare la propria professione in veste medica o psicologica (che pure dovrebbero essere mondi molto diversi al di là di alcune sovrapposizioni), così come coloro che, per aiutare il prossimo che esprime un bisogno non riconosciuto come “malattia”, lo “convertono” ad una spiegazione di tipo terapeutico.

Sarebbe ora che, a partire proprio da queste professioni, si passasse a de-patologizzare tutte le domande che non abbiano un chiaro, ripetibile, sensorialmente e fisicamente basato (Galilei), oltre che falsificabile (Popper) agente patogeno. Perché solo in questo caso si può parlare di patologie e di conseguenza di terapia.

Se invece ci muoviamo nel dominio anche solo della sofferenza sia chiaro che ci troviamo nella normalità della condizione umana, per la quale la felicità o anche solo la tranquillità è una conquista e non lo standard. A questa sofferenza possono essere date risposte le più svariate, compreso quelle farmacologiche o chirurgiche anche se queste uktime devono essere somministrate solo da professionisti riconosciuti, così come le psicoterapie che si qualificano in quanto tali. Ma il dominio della sofferenza, in quanto espressione del vissuto e non dell’aggressione patogena, ha la sua naturale risposta nell’apparato della “cura”. Un concetto espresso alla perfezione dalla canzone di Battiato.

“Io avrò cura di te” è una frase che sta bene in bocca a chi ama, ai familiari, agli amici; fra i professionisti si addice più al badante o all’infermiere, all’educatore o all’insegnante che non al terapeuta. Forse al medico condotto di una volta, ma non certo all’ingranaggio del sistema sanitario di oggi. Nei fatti, fortunatamente, sono ancora molti i terapeuti che si “prendono cura” dei loro pazienti, ma questa è un’altra cosa.

Andiamo verso un mondo teso alla libertà e alla compassione e un domani comprenderemo che questi sono diritti di tutti e non di chi possiede un patentino, anche se ora è ancora troppo presto per promuoverli.

Per ora riflettiamo su un semplice fatto: la scienza e le pratiche (tecniche) sono domini complementari, ma nessuno dei due deriva direttamente dall’altro.

Solo nel mago o nel sapiente questi convivono senza richiedere legittimazioni. Tuttavia, ogni mago è depositario di una propria magia e le magie sono molte, compreso la medicina, che oggi si frammenta in centinaia di sotto-magie che, non solo non si conoscono fra loro, ma addirittura possono conoscere solo il minimo indispensabile della magia generale (che si insegna sempre meno nelle università assieme alla semeiotica medica, quella sensoriale, e alla storia della medicina).

Che male ci sarebbe a vivere in una civiltà dove per trovare degli sciamani, delle “persone di sapere”, non si debba necessariamente soltanto porsi obiettivi esotici o riconoscersi ammalati e dove anche il professionista riconosciuto possa sentirsi più libero di vivere il proprio peculiare sapere nell’estrema umiltà di una fede umana? In fondo il terapeuta è uno dei sapienti a cui, avendo per le mani la vita delle persone, viene richiesto di “sapere” più di tanti altri.

Non di meno negli altri angoli del mondo il sapiente, l’uomo di sapere, si chiama sciamano (etimologicamente isomorfo). Il “sapere” degli uomini di sapere di tutto il mondo è simile e al contempo diverso, ma altrettanto profondo, impegnativo e degno di rispetto al punto che chi ci vi avvicina scopre quanto la nostra scienza ci abbia impoveriti e di quanto difficile sia quello che trova in altri mondi di sapere.

Aspetti giuridici e normativi

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Lo scorso 19 dicembre il Parlamento ha definitivamente approvato la legge che regolamenta le professioni non organizzate in Ordini o Collegi che riguarda circa tre milioni di professionisti, che trovano esempi molto noti ai più come consulenti vari, counselor, coach…, aventi tutti in comune io solo fatto di non essere regolamentati da Ordini professionali o Collegi (ovvero senza Albo).

Gualtiero Roveda sottolinea come «Le professioni comprese in questa definizione sono moltissime (circa 200 attività, esercitate da più di tre milioni di persone) alcune anche molto tradizionali (amministratori di condominio, tributaristi, consulenti di investimento, traduttori, bibliotecari), altre decisamente più recenti (pubblicitario, grafico, consulente aziendale, educatori, pedagogisti, guide turistiche)».

Tuttavia, il loro numero potrebbe ulteriormente aumentare, essendo esse definite come segue: «l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in Albi o elenchi ai sensi dell’articolo 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative».

Anche queste d’ora in poi avranno una loro disciplina di riferimento che prevede, fra le altre cose, la possibilità di riunirsi in associazioni professionali.

Di fatto questa legge offre una serie di vantaggi, il più importante dei quali consiste nel costringere tutta una serie di associazioni ampiamente attive nel territorio, oltre al fatto di rendersi visibili ai controlli, fiscali compresi, di sottostare a poche e semplici ma attualmente eludibili regole, come quelle di darsi un atto costitutivo e uno statuto; fornire precisa identificazione delle attività professionali cui l’associazione si riferisce; esplicitare la composizione degli organismi deliberativi e titolari delle cariche sociali, la struttura organizzativa dell’associazione, i requisiti per la partecipazione dei professionisti all’associazione (titoli di studio, obblighi di aggiornamento professionale, quote da versare); rispettare l’assenza di scopo di lucro.

«Nei casi in cui autorizzano gli associati ad utilizzare il riferimento all’iscrizione all’associazione quale marchio o attestato di qualità e di qualificazione professionale, hanno l’obbligo di garantire la conoscibilità dei seguenti elementi: codice di condotta con la previsione di sanzioni graduate in relazione alle violazioni poste in essere e l’organo preposto all’adozione dei provvedimenti disciplinari dotato della necessaria autonomia; elenco degli iscritti, aggiornato annualmente; sedi dell’associazione sul territorio nazionale, in almeno tre regioni; presenza di una struttura tecnico-scientifica dedicata alla formazione permanente degli associati, in forma diretta o indiretta; l’eventuale possesso di un sistema certificato di qualità dell’associazione conforme alla norma UNI EN ISO 9001 per il settore di competenza; le garanzie attivate a tutela degli utenti, tra cui la presenza, i recapiti e le modalità di accesso allo sportello

Naturalmente accanto alle disposizioni vengo stabilite le sanzioni per chi viola le regole professionali, venendo ad offrire garanzie per il cittadino-consumatore (anche attivando uno sportello di riferimento a cui rivolgersi, ad esempio, per i contenziosi)».

Ennio Martignago

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